Mongolia, diario di viaggio. UNO

Aggiornato il: 18 ago 2019

UNO.

Seoul Street. Un’anonima porta vetri è timidamente aperta nella facciata del Platinum Center. Su una delle ante c’è scritto: Caffè Ti Amo. Oltre le porte l’ambiente si allarga. Da entrambi i lati dei banconi. All’interno bigiotteria da pochi tugrik. Per un breve attimo incrocio lo sguardo della commessa li seduta. Svogliata lo riabbassa quasi immediatamente sul suo smartphone. Un metro più avanti, nello stesso ambiente altri banchi. Stavolta al posto di monili e preziosi ci sono piante e fiori.  La commessa di questi banchi è totalmente assorbita nell’osservare il nuovo colore appena dato alle sue unghie da non degnarmi neanche di uno sguardo.  In pochi metri tutto sembra mischiarsi quasi senza logica. Fiori e gioielli. Vegetali e metallo.


Punto la scalinata che s'inabissa verso il basso. Giusto una rampa di gradini che paiono inghiottirmi sotto il piano stradale. La temperatura cala di colpo. Avverto il sollievo di un’aria più leggera e salubre. Il calore della strada, la puzza dello smog i rumori urbani sono già lontani. Gli occhi, provati dalla forte luce estiva, ci mettono qualche secondo ad adattarsi al nuovo ambiente. 


Alla fine delle scale si apre una piccola piazzetta. Sul soffitto la luce arriva da piccoli neon rotondi. Sulla sinistra i tavolini del Caffè e poco più in là il banco vero e proprio. L'atmosfera pare calda. I dolci profumi di brioche calde mi accarezzano l’olfatto. Il pavimento, in gres porcellanato dai delicati colori autunnali, mi trasmette una sensazione di accoglienza. In questo piccolo mondo sotterraneo, il Caffè Ti Amo è senza dubbio il perno centrale a cui tutto il resto ruota attorno. Sembra la prosecuzione del marciapiede, un altro pezzo di città. Sul lato destro opposto al bar c’è un cambia valute. Le pareti sono bianche, le scritte in bell'evidenza così come le bandiere nazionali dei relativi stati trattati. Alla sua destra verso il fondo dalla piazza appaiono delle vetrine. Dietro il vetro ben ordinati troneggiano una fila di manichini dalle fattezze femminili. Paiono soldati sull’attenti. Indossano abiti diversi per foggia e manifattura. Colori sgargianti e improponibili modellati su forme sinuose e perfette. A dividere in due la piazza c’è un muro trasparente formato da diverse nicchie quadrate. Per ognuna di queste quasi come dei trofei giganteggiano composizioni e creazioni floreali. Una sorta di campionario d’eccellenza, proveniente dal negozio al piano di sopra.


In ultimo, in un cantuccio quasi invisibile, quasi a ridosso del sottoscala appare timidamente un piccolo bancone bianco e verde. Sopra la scritta Unitel. Dietro un monitor l'ennesima commessa dagli occhi pigri e stanchi. All’opposto di questa estremità la piazzetta si stringe tra le vetrine e un corridoio che continua in modo non lineare. Mi chiedo cos’altro si possa celare più in profondità. Una risposta che non avrò mai il tempo di cercare.


Lascio cadere il pesante zaino dalle spalle e mi siedo. La seduta è rigida, quasi scomoda. Percepisco ora una sorta di dejavù. Una sensazione familiare, quasi di completamento.  Complice un cielo artificiale sopra la mia testa, ritrovo la stessa scena, immutata e fissa di quando ho lasciato questo luogo quasi 3 settimane addietro. Mi alzo due passi e sono già al bancone. La stessa cameriera. Ha ancora impresso lo stesso immutato sguardo vuoto ed annoiato delle sue compagne di lavoro. Ordino il caffè. 4500 tugrik. Una follia. Una cifra così alta per gli standard mongoli tale da trasformare un semplice espresso in un bene quasi di lusso. Un euro e cinquanta. Dove una birra costa a volte venticinque cent. E’ uguale perfino il bicchiere d’acqua che accompagna il caffè. È ricolmo di acqua bollente di cui non riesco minimamente a comprendere la funzione. La sacra bevanda nera almeno è buona. Lo sorseggio amaro. Lo zucchero è servito liquido, una sostanza incolore servita in una teina a parte. Non oso contaminare la tazzina.



Poco più in là, oltre i tavoli vuoti c’è una coppia che fa colazione.  Sul loro tavolo  una coppa di insalata. L’uomo è seduto di spalle. Ogni tanto vedo lo sguardo della donna curiosa incrociare il mio. Ti studiano con discrezione i mongoli. Lo fanno con calma, si prendono sempre tutto il tempo del mondo per ogni cosa. Specialmente per ciò che è nuovo o straniero al loro modo di vivere. Tempo. Già il tempo. Qui, in questo sotterraneo senza sole, senza cielo, senza vento pare contrarsi. Non bevo il caffè, mi trovo a degustarlo a piccoli sorsi.  Qui tutto diventa lento. Una sorta di capsula del tempo oscura in cui ci si può rifugiare.


Appena più in là, fuori, o meglio appena qualche gradino verso l’alto c'è la città. Frenetica. Vorticosa. Caotica. Rumorosa. Viva. Le strade intasate.  I miasmi di gas nero puzzolente. I poliziotti in pettorina gialla fosforescente. Il fischietto perennemente incollato alla bocca ed un fiato da far impallidire un concertista di trombe. Con il loro perpetuo stonato sonetto musicale, più che uomini d’arme paiono moderni pifferai magici. Purtroppo con scarsi risultati. Le code sono infinite. Gli stop non sono obblighi. Le precedenze sfide con le altre auto.  Eppure questo caos non pare casuale. Anzi, ad uno spettatore smaliziato potrebbe intendere che sia costruito ad arte. Quasi fosse tutto voluto. Come un esame da affrontare. Il brevetto supremo. L’immersione nel caos prima della liberazione divina. Il sacrificio prima della resurrezione. Ulan Bator. 



Un nome quasi onomatopeico. Fragoroso e roboante. Capitale di uno stato, anzi un regno, vasto come Italia, Francia, Germania, Svizzera e Austria messe insieme. Un regno, anzi no, un impero con appena 3 milioni di sudditi. E la metà vive qui. Una città giovane che si è sviluppata in modo vecchio. Una doppia, tripla identità cova nei suoi confini.

Al centro, edifici di vetro e acciaio che s’intrecciano con antichi templi. Locali dai marchi occidentali. Grandi magazzini. Insegne luminose. Mega schermi su cui si rincorrono pubblicità occidentali e orientali. Led luminosi. Gigantografie di modelli in succinti abiti di alta moda. Un miscuglio di stili e tendenze tutte influenzate dalle nuove generazioni, che ricercano disperatamente uno stile occidentale di modernità. È qui che i nuovi mongoli hanno abbandonato gli indumenti della tradizione per la giacca e cravatta. E qui che ora lavorano in moderni palazzi alti 30 e più piani fermandosi per una veloce pausa pranzo in un fast food di stampo americano.





Appena oltre questo presunto crogiolo di modernità c’è tutto il resto. Una prima cinta muraria formata da grigi ed austeri sobborghi di matrice sovietica. Palazzi del popolo semplici ed essenziali. Strutture in laterizio rivestite da intonaco monocromatico. Linee scolpite nel cemento all’insegna del più sfrenato classicismo socialista. 



Ai piedi di questo muro, si erge un mosaico di abitazioni disparate. E’ la periferia che si è trasformata in una tendopoli di disperati, in fuga dai deserti e dalle steppe, accampati in condizioni igieniche precarie. Dopo i devastanti inverni del 2001 e 2009 migliaia di famiglie nomadi hanno abbandonato la vita pastorale riducendosi all'emarginazione nei sobborghi delle città. Questo ha portato a stravolgere il millenario tessuto sociale del paese. Senza animali non si sono potuti nutrire. Non si sono potuti vestire, scaldarsi, costruire le gher e quindi spostarsi. Chi ha perso i propri capi durante quei terribili inverni non ha perduto solo reddito e lavoro ma la possibilità stessa di sopravvivenza della famiglia.



Da lontano tutto questo traspare in minima parte. I tetti sgargianti delle abitazioni paiono un onda che cavalca  le colline. Non se ne intravedono quasi i limiti. È un tappeto colorato puntellatelo di tende bianche. Tende nate nomadi e ora diventate stanziali. Accorse alla porte della città per diventare fisse. Inamovibili. Ormai completamente calcificate al tessuto cittadino stesso. I nomadi che cessano di fare i nomadi. Per trasformarsi in qualcosa di diverso. Una mutazione rapida e mostruosa. Uno stravolgimento globale. E questo tessuto urbano si erge in un fazzoletto di terra ormai grigio e consumato. Dall’alto appare come una macchia, una cicatrice indelebile su un immenso tappeto verde. Quasi fosse una bruciatura di sigaretta. 



Il caffè è terminato. Il tempo fa l’unica cosa che è capace di fare, scorrere. Qui pare inoltre anche consumare ogni cosa. E trasformarla. Infine anche i ricordi più vividi finiscono lentamente con lo sbiadire. Prima che sia troppo tardi li fisso sul display dello smartphone. Anche il taccuino e l’inchiostro sono stati ormai pensionati. Tanti ricordi li ho persi in questi giorni. Alcuni hanno preso il posto di altri. Molti rimarranno celati nella mia anima per sempre.

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© 2019 by  Sergio Del Rosso