Mongolia, diario di viaggio. TREDICI

Aggiornamento: 18 ago 2019

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UNO




TREDICI

L’airbus A330 della Aeroflot atterra all’aeroporto Chinggis Khan in perfetto orario. A dispetto di quanto immaginavo il riposo è stato impossibile. Sedili sempre più miniaturizzati, zone di turbolenza, pose tragicomiche di gambe e braccia, carrellini di servizio che ti sfiorano le rotule. Perfino il chiacchericcio della fila per il bagno. Tutto quello che sono riuscito ad ottenere sono dolori articolari. La mia impossibilità a riposare su qualsiasi mezzo di trasporto sta diventando leggendaria. A fianco a me un ragazzo spagnolo taciturno. Per lui hanno parlato: fragorosi colpi di tosse. Russate trionfali, e il ripetuto ta-clak della sua reflex. Per mezzo volo ha scattato fotografie di incerto gusto dal finestrino. Praticamente ha collezionato materiale per un book completo all’ala destra. Quando è calata inesorabile la breve notte asiatica è finalmente crollato in un sonno profondo.


I primi forti scossoni sono arrivati all’altezza degli Urali. Sono così forti che il servizio cena viene sospeso; ma lui imperterrito senza cintura non ha mosso un ciglio. Imperturbabile. Ah benedetta invidia. Così con un malcelato e diabolico senso di soddisfazione, all’ennesimo annuncio del seat belt sign,  decido di svegliarlo per fargli allacciare le cinture prima di trovarmelo piantato addosso. Riprende coscienza e mi ringrazia. Dopo due minuti riparte a ronfare felice e beato. Mi viene da piangere. Fa parte di un gruppo di documentaristi abbastanza ampio e caciarone. All’arrivo ci salutiamo. E ci auguriamo buona fortuna per i rispettivi viaggi. Non credo lo rivedrò mai più.


Carico lo zaino in spalla. Davanti a me tutti i passeggeri in attesa. Come di consueto siedo nelle ultime file. Sorpresa, nessuna scaletta posteriore. Così attendo pazientemente che si svuoti tutto l’aereo. Ci muoviamo. E infine si sbarca.  Agli sportelli la coda è già consistente. C’è ne sono di due tipi. Per stranieri e per cittadini mongoli. Inutile dire che siamo quasi tutti stranieri. La coda per gli autoctoni si svuota velocemente così dopo qualche minuto di imbarazzo i doganieri ci fanno accomodare anche li. C’è da compilare un mini modulo consegnato in volo ma non mi ero preso la briga di farne una priorità specialmente per mancanza di biro. Nome cognome età. Numero di passaporto. Luogo di permanenza. Non sono del tutto sicuro di quanto sto scrivendo. Ma si, filerà tutto liscio mi dico. Ecco il mio turno. Una bellissima donna in divisa. Viso rubicondo, carnagione chiara. Capelli ordinatissimi. Saluto in mongolo, sorrido e porgo il mio passaporto. Mi sorride. Una rapida occhiata, un timbro ed è fatta. Facile. Troppo facile. Sento la nostalgia di un confine vero. Con reticolati. Occhiate arcigne. Bagagli passati al setaccio. Silenzio teso con l’uomo in divisa con in mano il tuo passaporto. Invece nulla. 


L’ansia ora si concentra sulle valigie.  Nel mondo dei viaggiatori, pare che Mosca sia famosa come il triangolo delle bermuda dei bagagli. Fatto che verrà ampiamente avvalorato nelle quarantotto ore successive. Ma no, eccole. Che vai mai a pensar male dei russi. E invece ci sarà da pensar male. Butto fuori un bel respiro. Le arpiono con forza e rapidità come avrebbe fatto un ramponiere di Nantucket. 


Le porte che dividono la zona arrivi dal resto dell’aeroporto si aprono. In quel momento realizzo di aver lasciato l’occidente per l’oriente. Mi trovo davanti un muro umano di volti stranieri. Volti pieni, glabri. Pettinature identiche. Carnagioni chiare e scure. E occhi stretti. Fessure che paiono scrutarti nell’anima in quantità mai viste. Una parete di carne che pare quasi intimorire anche il più incallito dei viaggiatori. 


Individuo Soko. Ha in mano il cartello dell’agenzia locale Sain Sanaa. Ci siamo già parlati tramite messaggio. Ci scambiamo convenevoli saluti di rito. Parla un italiano quasi perfetto. E’ impressionante. Il tempo di poche battute e siamo già verso la città. La strada è pressoché deserta. E’ sabato e sono le sei e trenta del mattino. Questi sono gli ultimi giorni del Naadam. La grande festa nazionale si tiene ogni anno a luglio da oltre tre millenni. Chiedo “ma dove sono tutti” e lei  “Stanno dormendo, sono stanchi per i lunghi festeggiamenti.” Allora continuo chiedendo se ci sarà un cambiavalute aperto. La vedo sconsolata. “Temo siano ancora tutti chiusi per la festa e forse per l’intera giornata”.  e continuo “vale anche per le sim telefoniche?” La risposta laconica “è probabile”. L’incertezza verso i servizi mongoli inizia ad insinuare in me il dubbio che qualsiasi programmazione di un viaggio in solitaria sarebbe stata superflua.



Nelle prime luci del mattino ad una periferia grigia ferrosa ed industriale si sostituiscono palazzi popolari. Ci fermiamo più volte davanti a vari uffici di cambio. Il risultato però risulta essere sempre lo stesso. Chiusi. Delusi da molti tentativi andati a vuoto ci fermiamo ad uno sportello bancomat. Soko con il suo bancomat preleva un importo in tugrik a cui corrisponderò il valore in euro. Mi trovo così in mano un pacchettino di banconote colorate alto circa tre centimetri. Rosate, arancioni, verdi e bluastre. Sulla carta, stampate su un lato immagini di leader, personaggi famosi e animali sull’altro. Le monete di metallo qui non esistono. Solo carta.


Ecco l’hotel. Uno di quei posti dove convivono le stanze su alcuni piani e i più disparati servizi su altri. Un centro massaggi un  pub con annessa una vissuta sala da biliardo dal tappeto consunto. O dove l’acqua calda c'è solo ad alcune ore della giornata. Un luogo quasi rustico, tuttavia molto pulito ed estremamente conveniente. Sono le 7 del mattino e la stanza ovviamente non è disponibile. Allora ecco l’idea, mi fanno lasciare la valigia in un locale attiguo la concierge.


Quando torno, a fianco di Soko siede un uomo di mezza età. Capelli corti brizzolati. Carnagione abbronzata. Un viso che ad ogni espressione ispira pazienza e fiducia. Si chiama Bonid, e sarà il mio autista per i prossimi due giorni. In Mongolia infatti è vietato gli stranieri il noleggio di qualsivoglia mezzo. Né tanto meno io mi sarei azzardato a farlo. Il traffico oltre che intenso, è perfino ostile. Quasi violento. Ad osservarli bene mi pare che i mongoli pratichino il corpo a corpo anche tramite le carrozzerie delle auto. Bonid al contrario di Soko non parla una parola d’italiano. Ne d’inglese. Solo mongolo e scoprirò poi un po’ di russo. I prossimi saranno due giorni fondamentali per sviluppare il mio basilare mongolo. E’ sempre dalle necessità più impellenti che nascono le virtù più profonde. E così sarà.



Preso da un momento di lucidità occidentale. Mi collego al wifi dell’hotel. Avviso la patria di essere arrivato. “La Mongolia, tu sei pazzo”. Sono state queste più o le reazioni quando avevo accennato alla partenza. Ahh beata inconsapevolezza del mondo. La monotonia di un luogo conosciuto non donerà mai le sensazioni della scoperta. Calpestare una terra straniera. Di respirarne a fondo gli odori i profumi. Di assimilarne gli usi. Di catturarne i suoni. Estranei ed esotici.


Saluto Soko. Partirà l’indomani alla testa di un altro tour. Il resto del gruppo giungerà tra quarantotto ore. Per due giorni sarò solo. Libero. 


Su un foglietto di carta, oltre al nome e indirizzo dell’hotel, ho minuziosamente riportato i luoghi da visitare in questi due giorni. Statua equestre di Chinggis Khan. Zaizan complex. Khustain Nuruu national park. Bogd Khaan. Gandantegchinlen Khiid. Dari Eh complex.  Per esperienza oltre ad essere scritti in inglese li ho riportarti anche in mongolo.  Bonid per ogni luogo fa cenno di assenso con la testa.  Sulle mappe consultate prima della partenza non ho ritenuto le distanze particolarmente impegnative. Le strade erano ben segnate. Tuttavia come poi ho avuto modo di comprendere, a distanza corta non corrisponde tempo breve.


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