Mongolia, diario di viaggio. TREDICI

Aggiornato il: 18 ago 2019

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UNO




TREDICI

L’airbus A330 della Aeroflot atterra all’aeroporto Chinggis Khan in perfetto orario. A dispetto di quanto immaginavo il riposo è stato impossibile. Sedili sempre più miniaturizzati, zone di turbolenza, pose tragicomiche di gambe e braccia, carrellini di servizio che ti sfiorano le rotule. Perfino il chiacchericcio della fila per il bagno. Tutto quello che sono riuscito ad ottenere sono dolori articolari. La mia impossibilità a riposare su qualsiasi mezzo di trasporto sta diventando leggendaria. A fianco a me un ragazzo spagnolo taciturno. Per lui hanno parlato: fragorosi colpi di tosse. Russate trionfali, e il ripetuto ta-clak della sua reflex. Per mezzo volo ha scattato fotografie di incerto gusto dal finestrino. Praticamente ha collezionato materiale per un book completo all’ala destra. Quando è calata inesorabile la breve notte asiatica è finalmente crollato in un sonno profondo.


I primi forti scossoni sono arrivati all’altezza degli Urali. Sono così forti che il servizio cena viene sospeso; ma lui imperterrito senza cintura non ha mosso un ciglio. Imperturbabile. Ah benedetta invidia. Così con un malcelato e diabolico senso di soddisfazione, all’ennesimo annuncio del seat belt sign,  decido di svegliarlo per fargli allacciare le cinture prima di trovarmelo piantato addosso. Riprende coscienza e mi ringrazia. Dopo due minuti riparte a ronfare felice e beato. Mi viene da piangere. Fa parte di un gruppo di documentaristi abbastanza ampio e caciarone. All’arrivo ci salutiamo. E ci auguriamo buona fortuna per i rispettivi viaggi. Non credo lo rivedrò mai più.


Carico lo zaino in spalla. Davanti a me tutti i passeggeri in attesa. Come di consueto siedo nelle ultime file. Sorpresa, nessuna scaletta posteriore. Così attendo pazientemente che si svuoti tutto l’aereo. Ci muoviamo. E infine si sbarca.  Agli sportelli la coda è già consistente. C’è ne sono di due tipi. Per stranieri e per cittadini mongoli. Inutile dire che siamo quasi tutti stranieri. La coda per gli autoctoni si svuota velocemente così dopo qualche minuto di imbarazzo i doganieri ci fanno accomodare anche li. C’è da compilare un mini modulo consegnato in volo ma non mi ero preso la briga di farne una priorità specialmente per mancanza di biro. Nome cognome età. Numero di passaporto. Luogo di permanenza. Non sono del tutto sicuro di quanto sto scrivendo. Ma si, filerà tutto liscio mi dico. Ecco il mio turno. Una bellissima donna in divisa. Viso rubicondo, carnagione chiara. Capelli ordinatissimi. Saluto in mongolo, sorrido e porgo il mio passaporto. Mi sorride. Una rapida occhiata, un timbro ed è fatta. Facile. Troppo facile. Sento la nostalgia di un confine vero. Con reticolati. Occhiate arcigne. Bagagli passati al setaccio. Silenzio teso con l’uomo in divisa con in mano il tuo passaporto. Invece nulla. 


L’ansia ora si concentra sulle valigie.  Nel mondo dei viaggiatori, pare che Mosca sia famosa come il triangolo delle bermuda dei bagagli. Fatto che verrà ampiamente avvalorato nelle quarantotto ore successive. Ma no, eccole. Che vai mai a pensar male dei russi. E invece ci sarà da pensar male. Butto fuori un bel respiro. Le arpiono con forza e rapidità come avrebbe fatto un ramponiere di Nantucket. 


Le porte che dividono la zona arrivi dal resto dell’aeroporto si aprono. In quel momento realizzo di aver lasciato l’occidente per l’oriente. Mi trovo davanti un muro umano di volti stranieri. Volti pieni, glabri. Pettinature identiche. Carnagioni chiare e scure. E occhi stretti. Fessure che paiono scrutarti nell’anima in quantità mai viste. Una parete di carne che pare quasi intimorire anche il più incallito dei viaggiatori. 


Individuo Soko. Ha in mano il cartello dell’agenzia locale Sain Sanaa. Ci siamo già parlati tramite messaggio. Ci scambiamo convenevoli saluti di rito. Parla un italiano quasi perfetto. E’ impressionante. Il tempo di poche battute e siamo già verso la città. La strada è pressoché deserta. E’ sabato e sono le sei e trenta del mattino. Questi sono gli ultimi giorni del Naadam. La grande festa nazionale si tiene ogni anno a luglio da oltre tre millenni. Chiedo “ma dove sono tutti” e lei  “Stanno dormendo, sono stanchi per i lunghi festeggiamenti.” Allora continuo chiedendo se ci sarà un cambiavalute aperto. La vedo sconsolata. “Temo siano ancora tutti chiusi per la festa e forse per l’intera giornata”.  e continuo “vale anche per le sim telefoniche?” La risposta laconica “è probabile”. L’incertezza verso i servizi mongoli inizia ad insinuare in me il dubbio che qualsiasi programmazione di un viaggio in solitaria sarebbe stata superflua.



Nelle prime luci del mattino ad una periferia grigia ferrosa ed industriale si sostituiscono palazzi popolari. Ci fermiamo più volte davanti a vari uffici di cambio. Il risultato però risulta essere sempre lo stesso. Chiusi. Delusi da molti tentativi andati a vuoto ci fermiamo ad uno sportello bancomat. Soko con il suo bancomat preleva un importo in tugrik a cui corrisponderò il valore in euro. Mi trovo così in mano un pacchettino di banconote colorate alto circa tre centimetri. Rosate, arancioni, verdi e bluastre. Sulla carta, stampate su un lato immagini di leader, personaggi famosi e animali sull’altro. Le monete di metallo qui non esistono. Solo carta.


Ecco l’hotel. Uno di quei posti dove convivono le stanze su alcuni piani e i più disparati servizi su altri. Un centro massaggi un  pub con annessa una vissuta sala da biliardo dal tappeto consunto. O dove l’acqua calda c'è solo ad alcune ore della giornata. Un luogo quasi rustico, tuttavia molto pulito ed estremamente conveniente. Sono le 7 del mattino e la stanza ovviamente non è disponibile. Allora ecco l’idea, mi fanno lasciare la valigia in un locale attiguo la concierge.


Quando torno, a fianco di Soko siede un uomo di mezza età. Capelli corti brizzolati. Carnagione abbronzata. Un viso che ad ogni espressione ispira pazienza e fiducia. Si chiama Bonid, e sarà il mio autista per i prossimi due giorni. In Mongolia infatti è vietato gli stranieri il noleggio di qualsivoglia mezzo. Né tanto meno io mi sarei azzardato a farlo. Il traffico oltre che intenso, è perfino ostile. Quasi violento. Ad osservarli bene mi pare che i mongoli pratichino il corpo a corpo anche tramite le carrozzerie delle auto. Bonid al contrario di Soko non parla una parola d’italiano. Ne d’inglese. Solo mongolo e scoprirò poi un po’ di russo. I prossimi saranno due giorni fondamentali per sviluppare il mio basilare mongolo. E’ sempre dalle necessità più impellenti che nascono le virtù più profonde. E così sarà.



Preso da un momento di lucidità occidentale. Mi collego al wifi dell’hotel. Avviso la patria di essere arrivato. “La Mongolia, tu sei pazzo”. Sono state queste più o le reazioni quando avevo accennato alla partenza. Ahh beata inconsapevolezza del mondo. La monotonia di un luogo conosciuto non donerà mai le sensazioni della scoperta. Calpestare una terra straniera. Di respirarne a fondo gli odori i profumi. Di assimilarne gli usi. Di catturarne i suoni. Estranei ed esotici.


Saluto Soko. Partirà l’indomani alla testa di un altro tour. Il resto del gruppo giungerà tra quarantotto ore. Per due giorni sarò solo. Libero. 


Su un foglietto di carta, oltre al nome e indirizzo dell’hotel, ho minuziosamente riportato i luoghi da visitare in questi due giorni. Statua equestre di Chinggis Khan. Zaizan complex. Khustain Nuruu national park. Bogd Khaan. Gandantegchinlen Khiid. Dari Eh complex.  Per esperienza oltre ad essere scritti in inglese li ho riportarti anche in mongolo.  Bonid per ogni luogo fa cenno di assenso con la testa.  Sulle mappe consultate prima della partenza non ho ritenuto le distanze particolarmente impegnative. Le strade erano ben segnate. Tuttavia come poi ho avuto modo di comprendere, a distanza corta non corrisponde tempo breve.


Lasciamo l’hotel in una splendida mattina d’estate. Il sole splende come una moneta d’oro luccicante in un cielo blu cobalto. Per strada le prime persone si affacciano timidamente. Ci allontaniamo dal centro della città per la periferia. Il paesaggio urbano cambia. Ai palazzi moderni e architettonicamente più evoluti si sostituiscono subito edifici più bassi e molto trascurati. Sono piccole palazzine di due tre piani. Al livello stradale in una mescolanza improbabile si alternano piccoli coffè, parrucchieri, negozi di ortaggi, mini market, ristorantini, sportelli atm, centri per la stampa, negozi di informatica, centri di telefonia, di massaggi, estetiste, gioiellerie e fast food. Tutto sembra mescolato in modo irrazionale. Senza una logica. Lungo le facciate dei condomini si susseguono grandi cartelloni pubblicitari. E quasi sempre rigorosamente in lingua inglese.  Un cartellone pubblicitario che occupa nove piani di un palazzo popolare mi colpisce particolarmente. IVEEL BRAND. Minj plaza, Zaisain hill, Central tower. Le due splendide donne, ritratte con altrettanto splendidi abiti non lasciano dubbi su cosa venga pubblicizzato. Abiti tradizionali e scritte in inglese riguardanti l’ubicazione dei tre negozi. 



Ad un semaforo rimaniamo fermi in attesa del verde. Alla mia destra c’è uno sparuto gruppo di persone in attesa di un bus. L’insieme è un miscuglio variegato di umanità. Un uomo in camicia blu e jeans dallo sguardo distante. Una giovane con indosso un tuta bianca, scarpe e giacchetta rosa sotto un improbabile t-shirt rosso fuoco, mani serrate su borsa e cellulare. A fianco un signore di età indefinibile, berretto bianco, una camicia a quadretti azzurri su fondo bianco che sa di naftalina ma tenuta trascuratamente fuori dal pantalone. Vicino una madre che tiene per mano una bambina irrequieta che non sta mai ferma. Poco più in là, quasi in disparte un monaco buddista dalle moderne ed accattivanti scarpe bianche e rosse. Occhi e mano sullo smartphone che indaga con gran curiosità.  Non fosse stato per la religiosa presenza, la scena pareva presa da una strada europea di una città qualsiasi. Gli anni in cui a Ulan Bator la popolazione si muoveva a dorso di animali in abiti da contadino sono ormai finiti da tempo.  



Appena fuori città facciamo rifornimento. Neanche settanta centesimi di euro al litro. Gli addetti sono entrambi donne. E non saranno le prime che incontrerò. Poco più avanti ci fermiamo in un market per acquistare l’acqua. E anche qui prezzi incredibilmente bassi. Come resto ricevo banconote di ancora più piccolo taglio. Dieci tugrik. Zero virgola zero zero tre tre euro (0,0033€). Il portafoglio si deforma ancor di più in modo innaturale. 


Dopo qualche minuto di silenzio spinti dalla naturale curiosità reciproca, proviamo a rompere il ghiaccio. Lo facciamo nel modo più semplice possibile. Con la musica. Nonostante la grande distanza culturale e l’immensa distanza geografica troviamo un immediato punto di contatto.  Bonid rispolvera con tenacia il suo repertorio di canzoni italiane anni ottanta. In pochi minuti intona i ritornelli più famosi di Ricchi e Poveri, Toto Cutugno e altri cantautori di quel periodo. L'ascolto con tenerezza. Lo sostengo nei ricordi. Sono momenti di una tale ricchezza da riempire il cuore. Dal mio canto faccio mio un ritornello mongolo di una canzone popolare che canticchierò di tanto in tanto per nostra reciproca soddisfazione.



In città le poche auto incontrate, anzi evitate, mi hanno fornito un quadro abbastanza illuminante sulla guida in Mongolia. Definirlo poco raffinato è quasi un complimento. Noto soprattutto una straordinaria intraprendenza nelle precedenze. Tu c’è l’hai ma è come se non l’avessi. Pare che ti puntino, salvo poi evitarti di un soffio. Ti fanno perennemente sentire insicuro. Non ci sono certezze. E’ snervante. Sono audaci ma sgraziati. E anche vagamente imprudenti. Anzi sicuramente. La sensazione è quella di avere a che fare con una città i cui semafori sono perennemente lampeggianti.


Ai bordi della AH-3, l’arteria che lascia la città verso est ecco delle bancarelle. Sui banchi generosi grappoli d’uva, banane mature, succulente angurie aperte a metà, limoni dorati, pesche e arance sanguigne. In alto appesi sull’intelaiatura in metallo, palloni da calcio e pallavolo. A terra sparsi qua e là piccoli salvagenti dalle sembianze di anatroccoli e piccoli gommoncini. Vicino scatole di cartone con su scritto Unifrutti, product of the Philippines. Le Filippine. Una terra come questa può solo importare frutta e verdura. E’ la condanna che vive questa landa squassata dal percuotere del sole in estate, e dal gelo invernale. Un clima estremo che non permette nessuna forma intensiva di coltivazione. In questa terra piatta schiacciata tra Russia e Cina l’unica scelta possibile è quella dell’importazione massiva.



Poco lontano la prova fisica di quanto vedo. Lungo la strada in asfalto corre a braccetto il tracciato della transmongolica. E’ la prosecuzione ferrata mongola della linea ferroviaria più famosa del mondo, la transiberiana russa. Lungo i suoi binari si muovono bisarche ferrate composte da decine e decine di vagoni. Immensi convogli ferroviari che attraversano la vastità della Mongolia da nord a sud. Dalla Russia alla Cina. Generi alimentari. Prodotti di consumo. Materie prime. E ora mi trovo ad osservare parte di questo cordone ombelicale di ferro. Alla nostra destra sferracchia lentamente un infinito convoglio merci. Alla testa due locomotive dall’essenziale design sovietico. Dietro questi infaticabili carrette di acciaio sbuffanti, una lunga successione di vagoni azzurri, container rossi rosa e carrozze minerarie sporche. Il tracciato nel suo avvicinamento a UB obbliga il convoglio ad effettuare delle ampissime curve cosicché si può apprezzarne in pieno la lunghezza. Ne conto quasi cinquanta. Pare un serpente di metallo che corre nella steppa.


Pochi chilometri oltre i confini della città accade qualcosa di stupefacente. La strada asfaltata cessa di esistere. Forse per un cantiere che non vedo. Ci buttiamo su una parallela in terra battuta. La velocità cala immediatamente. Nuvoloni di polvere si alzano davanti a noi. La visibilità si riduce in modo spaventoso. Il terreno è ondulato, irregolare. Buche che paiono trincee. La jeep giapponese è scossa violentemente. E insieme all’asfalto paiono terminare anche le più banali regole di sicurezza. In poco tempo assisto a scene da far west. Sorpassi azzardati e conclusi per pochi centimetri. Berline di lusso che quasi spanciano sul fondo. Tratti simili a mulattiere da percorrere a passo d’uomo. Sassi che rimbalzano come proiettili sulle carrozzerie. Sarà una marcia che durerà per un tempo indefinito. Incrociamo diversi camper. Attrezzati per le lunghe traversate paiono più camion da spedizione internazionale. Uno di questi ha targa svizzera. Mentre cerchiamo un pertugio per passare mi chiedo quante ne abbiano viste e se questa sia la strada peggiore da loro affrontata. Finalmente li affianchiamo. Con la mano saluto. Dentro la nostra nuvola di polvere che li avvolge mi pare salutino a loro volta.




Riecco l’asfalto. L'accogliamo come una liberazione. La pista di terra e sassi muta in una striscia argentata che taglia in due la steppa. Su un lato la semplice palificata della linea elettrica. Poco più in là animali al pascolo. Sono capre da kashmere. Si stanno radunando. Nella loro coda un pastore a cavalcioni di una moto. Seduto sulla sella, suo figlio o forse sua figlia a giudicare dal pantalone rosa. Qui la pausa estiva dai rigori dello studio trova la sua accezione più antica, ovvero quella di aiutare le famiglie. Nella steppa che si apre in ogni direzione la prime gher. Le antiche tradizionali abitazioni mongole. Semplici, efficaci affidabili. Per secoli hanno rappresentato il nomadismo.  Fresche in estate, calde in inverno, migrano seguendo parallelamente le mandrie al pascolo. Un’arca di Noè formata da feltro, pelli di cammello e legno. 


Una casa smontabile. Un rifugio. Una manifattura dove gestire famiglia e lavoro. La gher è un mondo nel mondo.


Sullo sfondo di questo orizzonte infinito iniziano a comparire morbide colline. Il loro profilo si confonde con l’azzurro del cielo. Dopo circa un’ora abbondante di viaggio, appena oltre l'ennesima cima ondulata, fa capolino un riflesso argentato. E’ uno lampo di metallo nel placido cielo. La forma assume i contorni di una testa. Fiera e colossale. Poi una figura enorme si palesa come uno smisurato titano. Un gigantesco monumento in acciaio alto trenta metri torreggia nella vallata. E’ la statua equestre di Gengis Khan costruita oltre dieci anni nel punto in cui secondo la leggenda il padre della nazione trovò una frusta d’oro. Cancello d’ingresso chiuso. Allora penso subito al Naadam, ai negozi chiusi, alle grandi feste. Invece no. Non è il Naadam. La guardia ci fa capire che non sono ancora le nove. Meno di tre ore fa ero ancora in aereo.



Ho ancora odore d’Europa sui vestiti. E ora mi trovo qui. Sotto la statua di Gengis Khan. A respirare profumi di steppa e odori d’oriente. Roba da matti. Aprono i cancelli e parte l’assalto. Bus pulmini, quattro per quattro si incanalano lungo il viale d’ingresso che percorro rigorosamente a piedi. Dico a Bonid di attendermi in auto. Voglio guastarmi questo avvicendamento occidente oriente metro per metro. La base del monumento è un museo a pianta rotonda. Attorno trentasei colonne,  una per ogni Khan succeduto al conquistatore. Faccio la coda e acquisto il mio biglietto. All’interno del piccolo museo lo stivale mongolo più alto del mondo. Dieci metri. Una realizzazione tra il triviale e il grossolano. Termino la brevissima visita e mi dirigo verso l’ascensore. Alla fine di un angusta scala sono a tu per tu con il Gran Khan.  Mi trovo a spuntare sulla criniera del suo destriero. Faccia a faccia con l’uomo che ha creato uno degli imperi più vasti che si ricordi.  Il volto è squadrato. Severo. La barba precisa, retta. La mano destra chiusa sullo scettro di Khan. La sinistra stretta in pugno appoggiata sulla sua coscia. Al suo fianco spunta una gigantesca spada con l’elsa scolpita in un inflessibile testa d’aquila.





Sarà anche kitsch ma la sua effige incute rispetto. Mi siedo sugli scalini per cercare la composizione migliore. Mi guardo attorno mentre intere famiglie affollano questo piccolo spazio. Mormorano, guardano, parlottano discutono indicano. Mi chiedo cosa ne avrebbe pensato l’imperatore di tutto questo sito.


Scendo. La giornata è ancora lunga e c’è molto da fare. Il pensiero dello sterrato da affrontare ancora non mi aiuta. Non sosto più del necessario, quasi fossi in missione. Effettuo solo un lungo giro esterno. Mentre imbocco uno dei sentieri avvero che il sole inizia a farsi sentire e anche la stanchezza. Sono sveglio da quasi ventiquattro ore. L’ultimo caffè neanche ricordo a quale fuso orario appartenesse. Batto i sentieri meno frequentati.  Tra una mattonella e l’altra crespi d’erba germogliano come segni di decadenza. Corolle dai petali più blu del cielo catturano il mio sguardo. Sosto. Mi inginocchio per fotografare. E infine mi accorgo che sono ormai prostrato ai piedi dell’imperatore. Intuisco il peso di tutto il suo sguardo d’acciaio che dall’alto mi trafigge. Mi intimorisce. Ma non mi schiaccia. Tutt’altro, quasi mi sostiene.



Ritorno verso Bonid e il parcheggio. Gli chiedo di accostare appena fuori l’ingresso principale. C’è una una piccola collinetta proprio lì davanti. Chissà che vista da li. Il tempo di scendere e odo l’inconfondibile tambureggiare di zoccoli al galoppo. Sono quattro cavalli di corsa.  Sulle staffe del primo in piedi un uomo. Maglia rossa fiammante, aperta sul petto. Le briglie degli altri due in mano. Appena qualche metro più indietro il cavallo più piccolo del quartetto, non più di puledro. Sulla sella un bambino anch’esso in piedi sulle staffe. Un antico detto dice che un mongolo senza cavallo è come un uccello senza ali. Qui cavalli e cavalieri formano un binomio indissolubile. Vorrei avvicinarmi parlarci. Scambiare anche solo un complimento breve come la parola bello, goi. Se potessero rispondere mi direbbero che i bambini figli dei nomadi imparano fin dall’infanzia a cavalcare. Che i cavalli diventeranno i loro compagni di giochi. E che a differenza di quanto si possa immaginare questo non servirà per riconoscere i futuri bravi cavallerizzi, ma per distinguere i cavalli migliori. Li vedo sparire all’orizzonte in una nuvola di polvere diretti chissà dove.


A metà giornata siamo nuovamente a UB. La città si è definitivamente messa in moto. E’ sabato. Fa caldo, e il traffico è in deciso aumento. Per strada inizio a notare un numero sempre più crescente di bandiere mongole spuntare dalle auto. In alcuni casi sono letteralmente incollate con scotch alla carrozzeria. Febbre da Naadam. Nazionalismo. Molti negozi sono ancora chiusi. Tutto questa partecipazione emotiva, ha il sapore di già vissuto. Ero in toscana anni fa, in un giorno di luglio. Era esattamente primo pomeriggio come oggi forse proprio un sabato. E faceva molto caldo anche allora. Da ore cercavo invano un macellaio aperto. Tutto chiuso. Nulla. Solo a tarda sera di fronte al mio fallimento la padrona dell’agriturismo trovò con naturalezza la causa del mio girare a vuoto. “Ecc’è il Palio a Siena. Qui diventano tutti pazzi e non capiscono più niente”. Ecco appunto. Diventano pazzi. Qui è qualcosa di molto simile.  


Ci fermiamo a mangiare. Optiamo per un poco originale fast food in pieno stile anglosassone.  Bonid mi fa capire che nel pomeriggio è prevista la corsa a cavallo dei bambini. L’ultima corsa del Naadam. Nonostante una gran voglia di doccia, letto e un cambio d’abito dico ok, andiamo. Mi attenderà un pomeriggio veramente demolente. Inizio a saggiare il traffico mortale per cui UB è famosa. Siamo quasi fermi. L’aria è un vortice bollente. I gas di scarico formano veri e propri strati di veleni neri e sporchi. L’unica difesa è sprangare vetri e finestrini. Cerchiamo scampo nell’aria condizionata. Fa così caldo che perfino i bus delle linee pubbliche girano con i vani del motore spalancati per farli respirare meglio. Sopra all’interno i poveri pendolari cercano refrigerio con improvvisati ventagli. Siamo completamente fermi. Le tre corsie in direzione ovest sono completamente congestionate. Nella direzione opposta il traffico è blando. Al punto che qualche auto della polizia a sirene spiegate sfreccia contromano. Ci sarà stato un incidente penso. Improvvisamente accade l’imponderabile. Le auto della nostra colonna iniziano ad invadere le altre restanti tre corsie. Meraviglia mista incredulità. La mandria di auto di cui facciamo parte inzia ad occupare sei corsie. Stiamo procedendo completamente controsenso. Poco più avanti la spiegazione. La polizia a monte della coda ha bloccato il traffico opposto al nostro. Una cosa mai vista. L’ingorgo però è risolto. I pochi chilometri che ci separano dal Naadam saranno tra i più lunghi percorsi in Mongolia. Almeno due ore per percorrere una decina di chilometri scarsi. Terrificante. 


Parcheggiamo. Mi sento come un dopo sbronza. Stanco e fiacco. Neanche li avessi percorsi a piedi quegli ultimi chilometri. Davanti a noi uno sterminato parcheggio. Riflessi di metallo e vetro luccicano sotto il sole fin dove occhio vede. Pare il posteggio di un concerto. Oltre questo mare di auto ci sono accampate decine e decine di tende, gazebi bandiere gagliardetti e gher. Nell’aria si diffondono profumi di carne arrostita, spezie e manicaretti prelibati. Mi guardo attorno, sono uno dei rarissimi occidentali. Mi percepisco forestiero come mai prima d’ora. Il sole mi martella sulla testa. Maledico di aver lasciato il cappello nella valigia. Ci avviciniamo alla palizzata dov’è piazzato l’arrivo della gara. Bonid nel suo insuperabile atteggiamento paziente cerca un posto e finalmente si siede sugli spalti.  Io sto quasi per svenire dal caldo. L’abbandono. La sofferenza è troppa. Cerco un barlume di ombra. Prego affinché la gara finisca presto. L’acqua che ho dietro forse è già finita. Non oso allungare la mano sul fianco dello zaino. E sicuramente sarà già calda.

Dannazione dico. Avrei dovuto approfittare di quei venditori ambulanti. Ragazzini che andavano in giro con a tracolla un pozzetto termico pieno di chissà quali liquidi gelati. Mi passo la mano sulla fronte. Madida di sudore. Mi sogno la doccia di fine giornata. Fredda calda non importa. E poi il letto. Stanco come sono mi addormenterei perfino su quello scomodo posto numero F34 dell’airbus a330 aeroflot.



Finalmente il clamore della folla sale. Forse il martirio sta quasi per terminare. La ressa si fa più aggressiva avvicinandosi, contraendosi, schiacciandosi. Una moltitudine di mani si levano in aria. Ognuna armata di telefonino. Urla e schiamazzi ad incitare i giovani cavalieri. Ecco la volata finale. E scoppia il tripudio per il giovane vincitore. Di colpo  le maglie della calca si riallargano. Passa una buona mezz’ora senza che vedo Bonid. Avrà capito dove sono? Dovevo andare io da lui? O sarebbe venuto lui da me. Questi pensieri mi tormentano. Non sono perfettamente lucido. Non riconosco facce familiari. Non ho il suo numero di telefono. Forse ricordo dove abbiamo parcheggiato. Intanto arriva la televisione.


Una piccola troupé sta intervistando un uomo in sella ad un cavallo. Nell’assembramento di persone e astanti appiedati spicca come un Re. Sotto il tradizionale copricapo da cerimonia, il toortsog il volto sfoggia una saggezza d’altri tempi. Sorridente ma serio. Sopra una camicia turchese indossa una giacca grigia di feltro pulita. Appuntata all’altezza del cuore una medaglia dorata in bella vista, i nastrini nei colori nazionali.  Le mani sono tozze e consumate. La sinistra tiene stretta in una morsa di ferro la briglia, mentre la destra è appena stretta intorno delicata come se stringesse un fiore. Siede su una sella in legno colorata di arancio con alcuni intarsi di metallo, forse argento. Il cavallo è bianco. Al suo fianco un bambino anch’egli a cavallo. Probabilmente un parente. L’uomo risponde sorridente alle domande della troupè. 



Ritrovo Bonid. E con lui le ultime forse per trascinarmi verso l’auto. Finita la corsa la piana si trasforma nuovamente in un campo che ribolle di persone in movimento. Cavalli, cavallerizzi e spettatori. Ognuno defluisce verso una meta, che sia una tenda dove prendersi cura degli animali stanchi o un automezzo per tornare a casa. Il Naadam è ora ufficialmente terminato.




E’ quasi il tardo pomeriggio quando invece di prendere la strada verso UB puntiamo ancora più a ovest verso il Khustain Nuruu distante un centinaio di chilometri dalla capitale. L’arrivo al parco nazionale si trasforma nell’ennesima odissea. L’ultimo tratto di quaranta minuti su strada sterrata mi devasta. Sarà solo l’antipasto di quello che sarebbe stato l’attraversamento del Gobi nei giorni successivi. Il Khustain Nuruu è un parco nazionale dichiarato area protetta nel 1993. E’ divenuto famoso per il progetto di reintroduzione del cavallo Takhi o cavallo di przewalski, ritenuto l’ultimo gruppo di cavalli selvatici esistente al mondo dichiarato estinto nel 1969. E poi successivamente reintrodotto tramite un programma di scambio di esemplari tra gli zoo.



Il parco. Colline spoglie, morbida erba verde, punteggiate qua e là da pietre e rocce. In mezzo a questa valle senza vegetazione ed alberi il fiume Tuul. Nuvole dense di pioggia si addensano all’orizzonte. L’aria si fa carica di quell’attesa che sono un temporale estivo è in grado di creare. Non si sentono più gli uccelli. In lontananza rimbombano i tuoni. Gli echi rimbalzano tra le montagnole verdi. Le ultime luci di un tramonto ferito si infrangono sui rilievi più alti.



Nell’erba bassa vicino ad una distesa di fiori gialli sbuca una coppia di cavalli al trotto. Passeggia sotto le prime goccioline di pioggia. Una giovane femmina seguita da un maschio attratto dal possibile calore della compagna. Il manto di entrambi è del colore delle pesche mature. Le criniere corte e  fulve si rizzano come pinne caudali di un pesce. I musi sono affusolati, quasi scolpiti. La code e gli stinchi neri color pece. Lui le si avvicina, lei scalcia protestando contro questo amante troppo impetuoso e disinvolto.  Nei primi echi del temporale si dileguano come così sono venuti. 



Usciamo dal parco che il cielo è un pentolone in cui nuvole nere d’inchiostro ribollono in un fracasso crescente. Sulla strada quasi a ridosso dell’uscita sorge un piccolo sparuto gruppo di case. Appena oltre questo un canestro da basket s’innalza dall’erba. Senza linee, senza cemento. Solo il palo, il cerchio e il tabellone. Sotto incuranti dell’acquazzone quattro bambini in piena euforia da gioco.

Le prime secchiate d’acqua ci colpiscono con violenza alle porte di UB. Sono passate le nove di sera.


La visibilità diventa pessima. Gli occhi stentano a rimanere aperti. La testa ciondola. Si affloscia, poi in qualche attimo di lucidità ne riprendo il controllo. Nelle ultime trentasei ore ho percorso oltre quattrocento chilometri in auto. Subito due decolli e due atterraggi, attraversato tre dogane e sei fusi orari. Percorso svariati chilometri a piedi. Preso a martellate dal sole e a secchiate dall’acqua. Se non il corpo, è la mente che inizia ad invocare una tregua. La vista l’olfatto l’udito sono saturi di questo mondo nuovo che inizia a svelarsi. E tuttavia per quanto sia l’adrenalina a mantenermi semi vigile è innegabile come inizi a percepire il crollo imminente. 



Complice la stanchezza, non riesco a far capire a Bonid che devo fermarmi a prendere acqua e cibo. Siamo ormai all’hotel. Lui è stanco e non ho il cuore di tenerlo ancora con me. Ci salutiamo per l'indomani. Chiedo le chiavi della stanza. Poi la valigia. Il panico, non sanno dove sia. Allora gli dico che è stata messa lì, indicando la direzione e così dicendo mi ci fiondo prima che possano dire o fare qualcosa. Nell’oscurità del locale quasi calpesto la guardia giurata che stava dormendo su un materasso buttato sul pavimento. Momento d’imbarazzo. La guardia si sveglia di soprassalto. Scena da film.



Sono le ventidue. Ceno in silenzio con delle prugne lungimirantemente portate dall'Italia. La loculliana cena è completata da una bottiglietta di acqua dal minibar. Quando mi tolgo le scarpe sento le energie venire meno. Si tratta dell’atto finale per il cervello, il segnale che il riposo giungerà a breve. In un ultimo eroico gesto, ho solo la forza rimanente per scaraventarmi sotto la doccia. La stanza è in penombra. Mi rimane solo di aprire la finestra per scacciare il caldo soffocante dalla stanza. Dalla strada mi raggiugono ovattati il rumore del traffico, gli echi di qualche spettacolo notturno e qualche isolato colpo di clacson. Sulla parete della stanza si stampano i led psichedelici di qualche mega schermo che scappano alla morsa del tendone distrattamente chiuso. Atmosfere da Blade Runner penso, mentre finalmente crollo in uno dei sonni più tranquilli e profondi dell’intero viaggio.

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© 2019 by  Sergio Del Rosso