Mongolia, diario di viaggio. SEDICI



SEDICI

La transmongolica è un mangia e dormi infinito, una pennica dondolata nella steppa. I treni viaggiano anche due giorni di fila, fanno migliaia di chilometri come un espresso ma si fermano ogni venti come un locale a scartamento ridotto. Come dire interregionale Reggio Calabria Parigi. Poltrire è l’unico modo per vivere a queste distanze, a questi tempi siberiani.


La motrice accelera ancora. Ormai viaggio da quattro ore su un unico rettilineo. Da Ulan Bator a Sajnšand niente curve né tunnel. Il treno è una dannata carretta mongola, è quasi sigillata per evitare spifferi con indosso l’odore stratificato di generazioni di viaggiatori. Di conseguenza ormai le cuccette hanno quasi tutte la porta spalancata per catturare tutta l’aria possibile dai finestrini aperti del corridoio dove c’è uno sventolio continuo di tendine color caffe. 


Tutti dormono beatamente, chi più profondamente chi meno. Mi alzo ancora, il sonno non ne vuole sapere e così mi affaccio sul corridoio. Cerco di camminare dritto ma gli scossoni sono tremendi. Come se un maglio colpisse il treno di fianco. Nella penombra vedo i piedi spuntare dagli scompartimenti a due a due. Piedi di donna, di bambino di vecchio. Carnagioni chiare e scure. Nudi o con i calzini. Tutti che puntano verso l’aria. Poi mi affaccio al finestrino a far rifornimento a pieni polmoni. In alto nel cielo la luna è pallida, sotto il grande buio senza fine con l’aria che calda mi trasporta dolci aromi di erba profumata. Ritorno sulla branda e mi ci lascio cadere. Per l’umidità il lenzuolo tutto stropicciato mi si appiccica addosso, quasi fosse un animale che lotta per la sua sopravvivenza.  Sotto il letto spunta il mio zaino fotografico, qualche busta di plastica piena di non so bene cosa e caduta dal tavolino chissà quando. Li sopra due borracce, mia e di Fabio con l’acqua ormai pronta per il thè.  Poi un sacchetto di frutta secca, una torcia, un libro di Fabio, il mio spazzolino da denti, l’auricolare e qualche salvietta detergente.



Sono le due e quaranta del mattino. Il mio sguardo vale per come mi sento. Vorrei darmi una sciacquata e decido di puntare al bagno degli uomini, tanto a quest’ora chi vuoi che ci sia. Poi cerco di rammentare quando è stata l’ultima fermata del treno ma non ne ho memoria. Ecco di nuovo il corridoio, passeggio fino alla porta del bagno degli uomini. Chiuso, ovviamente.


Allora mi volto per tornare indietro quando quasi mi prende un accidente.  La scena pare quella di Shining o di qualche horror giapponese. In fondo al corridoio la capovagone in piedi che mi guarda. Poi fa un gesto, mi fa capire che aprirà il bagno delle donne. Gentile. O forse non aveva voglia di farsi tutto il vagone.


Ormai siamo in viaggio da sei ore alla media di cinquanta chilometri all’ora con il treno si è fermato in stazioni che non credevo potessero esistere. Una banchina che pareva una colata di cemento buttata lì per sbaglio. Edifici perfetti, quasi intonacati di bianco e verde qualche ora prima che sorgono in mezzo al nulla. E in mezzo a tutto un paio di lampioni in ferro battuto e un uomo in divisa con torcia e fischietto. Roba da film. 


Sento che stiamo rallentando di nuovo. Il treno ringhia, stride, si scuote e infine di ferma. Stazione di Čojr. Metà strada mi dico per farmi coraggio. Tutte le carrozze, gli scompartimenti sono immersi totalmente nel silenzio della notte. Mi aspetto di sentire da un momento all’altro un colpo di pistola e una banda di fuorilegge far irruzione per far di noi tutt’un bottino. E invece gli unici rumori lontani vengono da fuori, dalla stazione. Altoparlanti di servizio che gracchiano, qualche rumore metallico negli impianti di condizionamento, il trambusto di un convoglio merci che ci passa a fianco, un colpo di clacson di un camion nel paese poco lontano, e poi sento un rumore sul gradino della nostra carrozza.


Incredibilmente a quest’ora sale un passeggero. Lo guardo mentre imbocca il corridoio con la sua valigia che sbatte di qua e là, così sorrido e lo saluto a bassa voce tirandomi da parte.  Lui fa un breve accenno con il capo, e mentre mi passa a fianco emette un indistinguibile how are you. Infine si blocca all’altezza di uno scompartimento un po’ più in là del nostro. Lo sento lamentarsi in un bisbiglio con se stesso tutto agitato. Appoggia la valigia all’interno poi incurante della carrozza immersa nel letargifero viaggio si mette a parlare al telefonino a voce alta. Così, semplicemente. E io rimango lì al finestrino a gustarmi questa scena surreale. Fuori intanto si fanno sempre più pressanti gli annunci dagli altoparlanti della stazione, voci metalliche distorte che posso anche scambiare per una lingua aliena. Il tutto sotto una luna immensa che illumina tutta la scena di una luce azzurro argentata. 


Una famiglia scende nella piccola stazione di Айраг poco prima dell'alba.

E’ una notte senza fine, interminabile. Per prendere sonno ricorro a tutti gli escamotage che conosco. Cuffiette con musica, cuffiette con audiolibro, mangio qualcosa, provo il libro di Fabio, guardo fuori dal finestrino, conto le viti della cuccetta, scrivo il diario di viaggio, guardo la mappa, scorro le fotografie fatte. Nulla. Poi mi accorgo che l’aria proveniente del corridoio è cessata. Quell’unica fonte di ossigeno fresco viene improvvisamente a mancare. Do’ uno sguardo fuori e vedo il finestrino del corridoio chiuso. Allora mi alzo esco, lo riapro e ritorno alla mia branda mentre già inizio a riassaporare il fresco sollazzo dell’aria notturna. 


Riesco a chiudere per qualche tempo indefinito gli occhi, quando nuovamente sento ancora mancare l’aria. Esco e il finestrino è di nuovo chiuso. Che sia qualche passeggero freddoloso mi chiedo? Ma no, sarebbe un pazzo mi rispondo. Allora di nuovo, esco mi avvicino mi guardo attorno per vedere se qualcuno sta guardando, e lo riapro soddisfatto. Al mio scompartimento mi apposto defilato nella penombra per scoprire il nemico di questa battaglia. Nessuno. Vedo con la coda dell’occhio sempre più chiuso, lo svolazzare della tendina. Forse mi addormento per qualche minuto, forse mezz’ora quando sento un rumore di passi. Vedo la sagoma blu sfocata ma indistinguibile della santa protettrice del vagone. Non mi faccio vedere, né le dico nulla. Mi dico che se la chiude un motivo dovrà esserci, forse evitare che in qualche stazione qualcuno salga, o chissà quale altro motivo su cui cerco di rimuginarci sopra. Per quanto riguarda la finestra getto la spugna. Mi arrendo e la lascerò chiusa per il resto della notte.


Verso le cinque il cielo inizia a farsi luminoso, sposto la tendina e guardo speranzoso ad ovest. La visione del sole, di questo disco arancione infuocato che compare lentamente da dietro una prateria ondulata è come la prima terra avvistata da un naufrago. La terra inizia finalmente a mostrarsi, tutt’attorno al binario in ogni direzione una prateria ondulata dove l’unica presenza sono i pali della corrente che si alternano a cadenze regolari. Lame di luce fendono da parte a parte il treno che pian piano prende vita. Il corridoio allora si riempie di persone che pazientemente attendono turno per il bagno, che mangiucchiano qualcosa guardando il panorama, si stiracchiano, ridono, parlano al telefono e restituiscono in silenzio federe e lenzuola alla capovagone. Scene che si ripetono uguali in ogni carrozza.


Rallentiamo tra piccole baracche, case coloniali e panni stesi. Non facciamo in tempo a capire che stiamo entrando a Sajnšand che già stiamo scendendo. Nonostante l’orario la piattaforma è ricolma di gente. C’è una frizzante aria di frontiera, di popoli in movimento, di migrazioni, di incontri e addii. La Cina è appena poco più in là. Vedo famiglie con bambini, facchini anziani, giovani venditori, procacciatori di affari occasionali e semplici curiosi. Siamo gli unici stranieri, e per di più gli unici turisti. Finalmente si torna a respirare, fa quasi freddo dico agli altri, mentre da nord arriva un fortissimo vento che spazza l’aria. Dev’essere una consuetudine del luogo penso, mentre osservo la parte periferica della città sorgere protetta da terrapieni alti dieci metri o più, una sorta di protezione da questi potenti soffi siberiani che riescono a spingersi fin qui, alle prime propaggini del Gobi.


Negli ultimi anni sono stati costruiti molti punti di incrocio lungo la ferrovia transmongolica, che resta però principalmente a binario unico e non elettrificata, con l'eccezione della tratta in territorio cinese, dove la linea è a doppio binario.


Ci trasferiamo in un hotel in periferia per una veloce colazione. L’anonimo edificio è situato su una piccola collinetta al confine del paese, così approfitto di questa breve pausa per fare due passi e farmi un’idea del posto. Ai piedi di questo poggio di terra c’è una scarpata che termina a fianco di una strada asfaltata e di nuovo la terra s’impenna in un’altura. I due rilievi sono poi collegati da una passerella e al termine di questa uno spazio pubblico. Delle aiuole, un’altalena dondolante al vento, uno scivolo. Nella luce del mattino il luogo appare vuoto e desolato. In realtà non è così. Un cagnolone nero da pastore ciondola pacificamente da un posto all’altro, appena più in là, un mongolo che più del posto pare un turista: in testa un cappellino bianco di paglia intrecciata, sotto un paio di occhiali da sole, sul petto una polo a strisce senape blue e bianca, più giù un paio di pinocchietti, calzini neri e ai piedi sandali da missionario. Scambiamo un breve saluto di rito. Sono troppo stanco per cercare un dialogo più articolato. Così mi soffermo ad osservare svogliatamente il più classico dei monumenti di matrice militare. Carro armato sul piedistallo con annessa statua di soldato con mortaio in spalla e sotto tutto questo il paesino intimidito.


La periferia del paese è tutta qua, e c’è davvero quell’aria da ultima frontiera prima del nulla. L’asfalto quasi non esiste, le strade sono in terra battuta. Le proprietà sono delimitate da recinti di fasce in legno o lamiera con all’interno auto, jeep e mezzi di ogni tipo, case in pietra o mattoni, tetti arancioni, blue o verdi, gher dagli esterni più o meno lisi, parabole, antenne, sparsi qua e là pali della luce e tralicci. Sembra una copia in piccolo della periferia di Ulan Bator, anche se meno compressa e schiacciata.  Nel centro poche palazzine alte non più di quattro cinque piani dagli intonaci scrostati a auto parcheggiate al di sotto. Lontano a sud, nel tremolio dell’orizzonte che si fonde con il cielo si innalzano i primi promontori desertici del Gobi.


Lasciata alle spalle Ulan Bator, la transmongolica forse la cattiva sorte, la spedizione inizia ufficialmente da qui. Partiamo a metà mattina, con l’aria  ancora fresca.  Alfredo ha trovato un sostituito, mentre ignoriamo ancora il fato delle valigie. Il cielo si tinge di nubi grigie, quasi minacciose. Percorriamo una lunghissima strada asfaltata che ci porta ai piedi di Bayanzurkh Uul la più famosa delle montagne sacre del Gobi orientale. Il paesaggio è lunare. Ogni tanto una mandria di capre attraversa da parte a parte la carreggiata. Dal deserto color caffè latte si alzano creste e colline. In mezzo a queste, ogni tanto arbusti radi e spogli. Il resto è una landa squassata dal sole, un regno di rocce consumate da vento e calore.


La vista lunare dal Bayanzurkh Uul.

Il sito originariamente dedicato ai culti sciamanici fu in seguito sostituito da un tempio di meditazione buddista costruito sulla vetta. Una piccola montagnola da scalare arrampicandosi su lunghissime scalinate di cemento. Lungo la salita a distanze prefissate, stupa bianchi da cui partono filari di bandiere di preghiera in stile tibetano. La fama del sito attira da sempre un popolo infinito di peccatori e turisti in cerca di grazia. Mendicanti, teologi, profeti, affaristi delusi, malati gravi, mistici e acchiappa citrulli.  Sulle prime rampe della salita incontro un’anziana. Si volta indietro verso la montagna a guardare qualcosa o qualcuno, così mi accorgo che qualche rampa di scale più indietro c’è un uomo che accompagna un ragazzo che procede lentamente, afflitto da una disabilità motoria.


Il luogo potrebbe essere benissimo paragonabile ad uno dei templi della cristianità dove i fedeli si recano in pellegrinaggio con la speranza di ricevere un dono, una grazia, un miracolo. Secondo la tradizione l’intera montagna è un centro energetico dove eseguire riti propiziatori.  

Funziona così, si arriva in vetta dove sorge l’ovoo, letteralmente cumulo di sassi, e si fanno tre giri attorno in senso orario, gettando ad ogni giro una pietra o del cibo. Tanto cibo.


Me ne accorgo dal ronzare incessante provocato da insetti di ogni tipo giunti da tutta la valle per nutrirsi di quanto lasciato. Pasta, dolci, biscotti, semi caramelle con ancora la carta. Preso da un enfasi paramistica acquisto un sacchetto di semi da una vecchiettina con lo sguardo dolce, così da partecipare al sacro rito. Scollino, tra uno sbuffo di fatica ed un altro.


Arrivo in vetta e rifiato. Poi mi avvicino al cumulo di pietre, e mentre dispergo manciate di semenze che paio un contadino in semina, esprimo il mio desiderio. Che le sante valigie possano arrivare così che tutti possano finalmente godersi la pace del viaggio.


Un ovoo, che significa letteralmente "cumulo di sassi", è un mucchio solitamente di pietrame o legno che si incontra frequentemente in Mongolia. Sono soprattutto luoghi di culto sciamanico, ma spesso sono anche punti di riferimento. Gli ovoo si trovano spesso in cima a montagne, colline e in luoghi alti, come passi di montagna.

Sulla strada verso il monastero di Khamryn Khiid visitiamo un sito religioso che, secondo il folklore, si crede possa essere la porta segreta per accedere al mitico regno mistico illuminato di Shambala. Visitiamo questa Gerusalemme celeste del buddismo in devoto silenzio, cercando risposte esistenziali o solamente contemplando il grande mistero sotto forme straniere e del tutto sconosciute a quasi tutti noi. C’è chi vaga tra gli stupa, chi fotografa, chi ammira i bassorilievi, chi discute, chi prega, e chi si spaparanza sul terreno abbracciando la terra, cercando di assorbire energia mistica. 


Poi appena prima di ripartire, la grande notizia: i bagagli sono arrivati.  Trasalisco per un istante ripensando al desiderio espresso, al buddismo, a Shambala, ai regni mistici, ai riti, credenze, energie mistiche e santità. E’ un breve momento che cessa bruscamente nell’istante in cui noto che abbiamo bucato una gomma, e allora decido di non pensare più nulla.


Quando si viaggia, c'è l'usanza di fermarsi e girare in cerchio intorno all'ovoo per tre volte, in senso orario, al fine di avere un cammino più sicuro. Di solito, delle pietre vengono prelevate dal suolo e aggiunte al mucchio. Inoltre, si possono lasciare offerte sotto forma di caramelle, soldi, latte o vodka, oltre alle khadag, le sciarpe cerimoniali azzurre simbolo del cielo e del dio Tengri.

Il monastero di Khamryn Khiid è composto da una serie di eleganti edifici letteralmente eretti nel deserto. Colorati e decorati in modo vivace, sono punto di passaggio e sosta per i molti nomadi di questa comunità sparpagliata su un territorio vastissimo. Per quanto isolato, tutto il quartiere monastico è circondato da un’anonima cancellata, aperta sull’ingresso principale da cui partono i vialetti che collegano tutti gli edifici. Ne percorro uno che porta verso un porta rossa semi spalancata di un tempio. 



Mi affaccio curioso: al centro due monaci immersi nei canti, ai lati della stanza delle panche improvvisate, tenute su da degli sgabelli di plastica rossa. In tutta la stanza ci sono solo due donne e nonostante i posti liberi sono sedute l’una accanto all’altra. La più anziana indossa una lunga veste celeste, stivali di pelle consumati ai piedi. China sulle ginocchia è riunita in preghiera con in mano un mala, il rosario buddista. La più giovane indossa una tuta, t-shirt scarpe da ginnastica e lacci fosforescenti, in mano un telefonino sul quale sta armeggiando. Penso come anche qui, in questo luogo di preghiera di comprovata sacralità, la tecnologia  sia arrivata e stia pian piano sostituendo in molte anime il bisogno del divino, facendoci diventare più simili alle macchine che non a esseri umani.  



Il pomeriggio lo trascorriamo all’hotel. Nonostante le buone notizie non tutti i componenti del gruppo paiono felici di come sta evolvendo il proprio viaggio. Sono diversi i motivi di attrito, aspettative mancate, promesse non mantenute o più semplicemente un nervosismo a fatica placato, dovuto perlopiù ad ingerenze altrui nei fatti di altri. Oggi è sempre difficile astenersi dal manifestare il proprio malessere specialmente con chi ci è vicino, e mi chiedo se lo facciamo per far valere le nostre ragioni di fronte ad un senso di ingiustizia vissuta, oppure se sia solamente un modo per attrarre attenzioni e per sfogare gli istinti sopiti dall’appartenenza alla società evoluta, che fa della ragione e del controllo il proprio mantra.


I Cani di Fo sono statue simboliche e protettive, ideate a coppia, una femmina e un maschio. La femmina rappresenta lo yin, e simbolicamente protegge le persone che abitano in casa, mentre la statua maschile rappresenta lo yang e protegge la struttura in sé.

Assisto con dispiacere a deprecabili teatrini ampiamente evitabili. Siamo in vacanza eppure a parte l’ambientazione parrebbe di trovarmi nuovamente in ufficio, circondato da problemi e guai che a sentir di chi ne parla se non risolti provocherebbero la distruzione dell’intera galassia. Così mi ritrovo ancora una volta con Fabio, crogiolo quasi inesauribile di calma e tranquillità a passeggiare nella via antistante l’hotel. Fa veramente un caldo terribile, così rinunciamo ad ogni proposito di trovare una birra fredda e rientriamo nuovamente in hotel. 

La “zona ristorante” più che un locale adibito al pranzo e colazione, pare una tavola calda e forse lo è. Una tv alla parete, dei tavoli spartani, e un bancone a muro da dove una ragazza in grembiule inizia a sfornare felafel e patatine fritte per una famiglia giunta dalla strada per fare uno spuntino. Saranno quasi le sei di pomeriggio quando arrivano le valige. 


L'infinita transmongolica nei pressi di Sajnšand.

Facciamo la conoscenza dei nostri due autisti, i quali come dei moderni sherpa, hanno guidato per tutto il giorno Ulan Bator a qui. Gherlè è un mongolo tutto d’un pezzo. Quarantacinque anni alto di corporatura massiccia. Carnagione scura quasi bronzea. Capelli corvini. Occhi come due fessure nascosti dietro due occhiali neri. Un sorriso dolcissimo. Okan è un giovanotto. Magro, sportivo. Capelli rasati viso smunto. Occhi vivi. La copia più giovane di suo padre Bonid. 


Ammiriamo tutti il mezzo di Gherlè, una splendida uaz russa color verde militare. Le fiancate foderate di lastre metalliche, l’interno vissuto ma pulito che pare un museo, ogni angolo cela ricordi, racconto, aneddoti, testimonianze. Ogni anfratto, ogni singolo pezzo ha marchiato indosso il profumo di mille luoghi visitati. E’ un mezzo scomodo ma versatile, completamente affidabile in grado di affrontare quasi qualsiasi terreno. Okan invece completamente l’opposto, alla guida di una jeep giapponese. Bella, elegante, interni in pelle beige, comoda, fresca, veloce ma più capricciosa nelle riparazioni e sicuramente meno caratteristica.


Un quartiere residenziale di Sajnšand.

Mentre mi trascino dietro le valige in camera, inizio a pensare al letto e che ormai sono sveglio da quasi trentasei ore di fila. Mi disfo di maglia, pantaloncini, scarpe calze e intimo e via sotto la doccia. E invece no. Al primo getto d’acqua sulla pelle schizzo fuori come una molla. Più che fredda l’acqua è gelida. Mi chiedo come possa arrivare a queste temperature, qui che siamo quasi in mezzo al Gobi e mi viene in mente che a Milano in l’estate l’acqua dal rubinetto esce calda se non tiepida. E qui no, fuori ci sono quaranta gradi e l’acqua ti arriva come se sgorgasse da qualche fonte himalayana. Terrificante. Mi lavo come posso. Poi crollo distrutto sul letto. 


Dopo il tramonto la cittadina è ancora più deserta che durante il giorno. Ceniamo in un clima da guerra fredda fronte hotel. Infine strisciamo ognuno nella sua stanza chi indaffarato nei propri pensieri, chi troppo stanco anche solo per pensare. Appendo qua e là boxer e t-shirt lavate velocemente per evitare il congelamento delle mani, sperando si asciughino per l’indomani. Dalla finestra ho una vista su un piccolo parco giochi dove una famiglia nella frescura che viene con la notte ha portato il suo bambino a giocare.


Ne sento ancora gli echi mentre mi lascio scivolare in un sonno agitato in cui mi ritrovo nuovamente intrappolato nel corridoio del direttissimo per Sajnšand.

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© 2019 by  Sergio Del Rosso