Mongolia, diario di viaggio. QUINDICI

Aggiornato il: 22 ago 2019

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QUINDICI

E’ ancora notte quando sui telefonini di tutto il gruppo iniziano ad arrivare notifiche preludio di malasorte. E’ un messaggio di Alfredo che affranto ci avvisa di aver avuto un incidente ieri sera. Un corpo a corpo leggero moto contro auto, ma abbastanza forte da impossibilitarlo a muoversi.  In nessun modo potrà farci da guida durante il viaggio. Una perdita incolmabile. Professore di italiano all’università di Ulan Bator, ex Console onorario all’ambasciata italiana. Sarebbe stato il perno attorno cui gruppo e viaggio avrebbero fatto presa. Mentre prendo coscienza della situazione mi sento sgomento. Riporgo il telefonino sul comodino e affondo nuovamente con la testa nel cuscino. Guardo il soffitto e temo seriamente per la partenza dell’indomani.  All’alba dall’aeroporto ulteriori notizie aggravano un’atmosfera già di per sé carica di negatività. Con l’aereo da Mosca non sono arrivati i bagagli per una quarantina di passeggeri. Veniamo colpiti da tutte le parti. Siamo turbati e frastornati come un pugile ormai al tappeto. 



Mi lavo la faccia, poi mi vesto di malumore. Fabio è già sceso. Ci troviamo per la colazione, facciamo conoscenza. Incarna perfettamente lo spirito del viaggiatore: serio, rispettoso, modesto, premuroso, sensibile e alla bisogna estremamente taciturno, anzi no riflessivo ecco. Il caffè solubile ci demoralizza ancora di più e decidiamo di uscire fuori.  Fabio cerchiamo una sim gli dico, e perché no, so di un bar dove fanno un buon caffè, si chiama Caffè Ti Amo. Ti andrebbe? Certo. Poco dopo siamo per strada. Fa caldo, caldissimo. Camminiamo personificando il prototipo del turista, zaino in spalla, cappello, occhiali da sole, vestiti comodi, scarpe da treeking. 



Questo coffè proprio non lo vediamo, tiriamo dritto percorrendo più strada di quella immaginata.  Quella piccola infinitesimale scritta sfugge davvero alla vista. Torniamo indietro e al secondo passaggio finalmente ci accorgiamo della sua mimetizzata presenza. Ecco la scalinata verso il basso e la piazzetta. Ci gustiamo il caffè, con annesso il bicchier d’acqua bollente. Al banco Unitel trafelato nell’angolino acquistiamo due sim dati. Almeno questa è fatta. Fabio tuttavia è sconsolato, la perdita del bagaglio segnerà decisamente le sue prime quarantotto ore in Mongolia e ne sono sinceramente dispiaciuto, cercando di tenerlo su di morale al meglio delle mie possibilità.



Ore undici, rendez-vous con il gruppo. Orfani di Alfredo, con due valige mancanti su cinque unità sembriamo un gruppo di disperati. Un plotone allo sbando dopo una ritirata dal fronte frettolosa e scomposta. Complice l’atmosfera esasperata con facilità emergono i primi problemi personali. I primi bisogni, e forse i primi capricci. Il nervosismo aumenta. Ed ecco che quasi a voler infierire su tutto questo anche il sole decide di farsi da parte, e sgarbatamente e in un lasso di tempo brevissimo scatena sulla città un’acquazzone biblico. Il cielo ci vomita addosso una tale quantità di acqua che le strade si allagano. Un diluvio universale in piena regola. E’ persino impossibile anche solo uscire all’aperto senza uno scafandro da palombaro. Decidiamo di pranzare in hotel. Piatti a base di carne come da tradizione mongola. Ah io sono vegetariana questo non lo mangio si sente dire, ognuno ha i suoi sacrosanti appetiti. Ulteriori discussioni alimentano la già non idilliaca circostanza. Sento la nostalgia delle precedenti quarantottore di libertà, in gruppo per un viaggiatore abituato alla solitudine avverto la condanna di essere legato al fato del gruppo.


Spiove e finalmente si esce. Fuori la temperatura è quasi polare, io in magliettina e pantaloncini.  Ringrazio Piergiorgio, un omone duro e dolce, un viaggiatore d’alto lignaggio, che senza conoscermi mi allunga la sua mitica felpa per proteggermi dal freddo.  Intanto causa ritardo monsonico è saltato tutto il programma della giornata, niente Zaisan, si  opta per il Bogd Khaan.  In alcune zone della città c’è quasi mezzo metro d’acqua, le auto paiono dei motoscafi a Venezia. Il terreno non assorbe, non ci sono tombini, le vie diventano dei canali. E’ il caos.



Rispetto a ieri ritrovo un Bogd Khaan totalmente differente. Il parcheggio che solo ventiquattro ore prima risultava completamente vuoto, adesso pare il porticciolo di una località di mare dopo la tempesta. Mezzi di ogni tipo hanno scaricato i propri fardelli, bus, jeep, auto, carrette di ogni genere. Torme di turisti con ombrelli e kway stanno invadendo il sito storico. Con vestiti inadeguati, decido di rimanere con gli autisti a chiaccherare, all’asciutto in attesa che gli altri terminino la visita.


Nella macchina parcheggiata al nostro fianco c’è una famiglia. Sento lo sguardo dei bambini, che privi di blocchi emotivi, esibiscono la propria curiosità. Gli adulti invece inibiscono la propria discrezione con austero contegno. I bimbi guardano, sorridono si nascondono mentre i genitori tentato di redarguirli. Così decido di stupirli, mi affaccio al loro finestrino e sfodero un saluto in mongolo. Di fronte ai miei goffi tentativi di approccio, che si ripeteranno nel corso del viaggio, troverò quasi assuefacente la reazione dei mongoli adulti. Una volta valicato il confine della loro discrezione si spalanca un mondo.  La loro curiosità ispira ed alimenta come il carbone in una fucina il mio desiderio di attraversare lo scoglio linguistico che ci disgiunge. Due parole in mongolo, tanto basta per farci assieme due risate e ingannare l’attesa.



Mentre la pioggia è quasi cessata, appena più in là arriva un furgoncino che si infila nell’ultimo pertugio rimasto. Ne scendono una donna e tre uomini. I due più giovani iniziano ad armeggiare con attrezzature fotografiche. Guardo interessato, mentre l’altro uomo e la donna si cambiano. Indossano due vestiti tradizionali, poseranno all’interno del museo per chissà quale motivo. Sono splendidi e tanto basta affinché decida di farmi coraggio e presentarmi. In mongolo gli chiedo uno scatto come ricordo di quel momento, e come fermo immagine della loro bellezza. Almeno questo è quello che vorrei chiedere, ma la frase tradotta fedelmente risuona solo come un freddo “posso fare una foto qui”. Ma detto in quel momento, da un disperato come potevo apparire induce i due a sorridere e a posare per qualche secondo.  Mi congedo con un “la salute sia con voi” che li fa sorridere ancor di più. Ecco a volte basta davvero poco.



E’ già sera inoltrata quando realizziamo l’ennesima pessima notizia. Il treno che sarebbe dovuto partire alle diciotto da Ulan Bator e arrivare all’una di notte a  Sajnšand ha subito una variazione di orario. Ora partirà alle ventuno e arriverà alle sei del mattino dopo, così ci tocca passare la notte in treno.  I nostri autisti l’indomani attenderanno l’arrivo delle valigie da Mosca e poi ci raggiungeranno percorrendo i quattrocento cinquanta chilometri su strada. Una mazzata tremenda anche per loro.  Tocchiamo idealmente ferro se le valige non dovessero arrivare... E’ un pensiero che cerchiamo di scacciare per il bene del viaggio, tuttavia è uno scenario possibile che dobbiamo tenere in considerazione. Maledetta Mosca.


Quantomeno ha smesso di piovere.



Verso l’orario di cena banchettiamo  in un locale nelle vicinanze della stazione. Sopra l’insegna del ristorante cinese fa capolino una bella scritta verde, vegan. Consumiamo un pranzo variegato, chi sfamandosi di carni alla brace, chi insalata, e chi come me tenta la fortuna facendosi attrarre da una figura invitante sul menù. Usciamo che nel cielo si formano le prime crepe nel mare di nubi, tanto da vedere finalmente qualche macchia d’azzurro. L’aria, nonostante il vento, è pesante e puzzolente di gas di scarico, residui gassosi combusti e quanto di peggio la periferia può offrire. Alcuni timidi raggi di sole filtrano sulla strada dove languono enormi pozzanghere che dobbiamo aggirare in un pericoloso slalom tra marciapiede e asfalto. In un mini market fronte stazione facciamo le ultime compere personali secondo gusti ed esigenze diverse: salviette igieniche, acqua da bere, qualcosa da sgranocchiare, o un cellulare da tredici euro monocromatico.  Partiamo tutti all’avventura con un bagaglio minimo sulle spalle, e la speranza mai confessata per scaramanzia, di rivedere l’indomani tutte le valigie principali arrivare assieme alle pellegrine perse in Russia.

La stazione è un palazzo neoclassico color bianco sabbia. Dentro nessuna ressa, solo un lento andirivieni di viaggiatori. Nelle pozzanghere si riflettono donne di ogni tipo, altissime ed eleganti, altre con la schiena piegata infagottate come contadine. Donne bellissime con occhi a mandorla su zigomi tartari. Nella sala d’aspetto con grandi vetrate regna una calca tranquilla. Ai lati più lunghi si stagliano quattro colonne di finto marmo, i cui capitelli, stuccati finemente, terminano su un soffitto da cui pendono tre lampadari di cristallo per parte, più uno immenso al centro della sala. Sotto sul pavimento poggiano lunghe e consumate panche di legno. Sedute sostano intere comitive di viaggiatori in attesa in un costante bisbiglio sommesso. La gente mangia discute legge un giornale, alcuni curvi sulle valigie vicini ai loro cari.



Tra una banchina e l’altra sostano pigramente due treni passeggeri. Il primo punta a nord, e a fianco di ogni porta già spalancata sostano fiere due donne in divisa. Paiono soldati sull’attenti ligi a far la guardia e invece sono i capovagoni, donnoni dallo sguardo fiero, gonne e berretti blu elettrico, una camicia bianco latte e al collo un elegante fazzolettino stretto a mo’ di sciarpetta. Che spreco di personale ho pensato all’inizio, poi mi sono ricreduto. Il nostro funzionario viaggiante ha un milione di cose da fare. Scende a bordo treno alle fermate, riceve i nuovi arrivati, avverte chi deve scendere, procura acqua bollente alla bisogna, controlla i biglietti, tiene in ordine la toilette, fornisce materassini lenzuola federe cuscini, aiuta zoppi anziani e bambini. E’ più di un controllore è quasi una guida, altro che Italo e Freccia Rossa.


L’altro treno invece punta a sud. E’ il nostro convoglio, e noi siamo lì fermi a guardarlo in un anticipo tutto milanese, un po’ spaesati e scocciati di dover aspettare. Faccio una passeggiata lungo la banchina e arrivo fino alla locomotiva di testa. E’ color bianco sporco, l’unica nota di colore sono due strisce nei colori nazionali, rosso e blu che corrono lungo i fianchi. Appena più alto due cavalli stilizzati. Getto uno sguardo oltre il vetro della cabina. Dentro sono seduti i due macchinisti, ci guardiamo. Due mondi che si scrutano per un breve attimo, poi nasce un semplice sorriso di saluto reciproco. Ritorno sui miei passi, poi mi volto e getto uno sguardo verso occidente, dove il cielo quasi accenna ad un timido tramonto. Il semaforo è rosso, vicino c’è una centralina per gli scambi dove bighellona un addetto in pettorina gialla fosforescente. Oltre le recinzioni sulla strada sorgono boschi di tristi palazzi popolari.


Tutto appare spento, piatto privo di emozioni, in realtà è solo il silenzio che anticipa il grande balzo.



Infine si aprono le porte, i passeggeri sono in preda ad un rimescolamento agitato mentre i biglietti vengono controllati uno ad uno dalle inflessibili donne di ferro. Si formano così inevitabili code poco ordinate, dove noi da buoni italiani ci andiamo a nozze. Noto un elegante donna con un vestito nero a fiori che gesticola con la capovagone, mostra tutta preoccupata qualcosa sul cellulare. Le lunghe unghie tinte di un rosa barbie rendono la digitazione sul touch screen una scena comica. Intravedo persino un percing sull’anulare mentre con l'altra mano libera cerca di tenere a bada i tre figli che danno da fare più di una mandria di agnelli.


Finalmente saliamo a bordo e subito avvertiamo l'aria diventare più densa e spessa, nei corridoi si fa largo un caldo ed umido odore di legno e ferro. Troviamo la nostra cuccetta e prendiamo possessi degli spazi angusti. Quattro brande e noi siamo in tre, io Fabio e Piergiorgio, così pare che avremo un ospite in più. Lo spazio è minuscolo, tanto che dobbiamo alternarci nel sistemare le nostre cose. Così mi affaccio sul corridoio, schiacciandomi di volta in volta alla parete per permettere il transito degli ultimi arrivati. Apro il finestrino per boccheggiare e intanto noto che il treno per Irkutsk diretto a nord è già partito. Così il vuoto lasciato dal mostro di ferro lascia intravedere parcheggiati dei carri merci verdi e marroncini, mangiucchiati qua e là dalla ruggine e consumati dal caldo del deserto e dallo sferragliamento delle traversate.


Sento un vociare agitato ed ecco riapparire nel corridoio la famiglia poc’anzi incontrata sulla banchina scortata dalla capovagone. I bambini in avanscoperta sono attratti da tutto e rallentano la marcia della donna che fatica non poco nello spronarli alla marcia forzata. Davanti il battente della nostra cuccetta poi si bloccano incuriositi, chissà forse siamo i primi occidentali che incontrano. Lei marzialmente li invita a proseguire mentre pensiamo a quale possa mai essere loro storia. Nel frattempo con l’avvicinarsi dell’orario di partenza ai piedi del treno si accampano parenti e amici. Un uomo di mezza età in camicia azzurra e pantalone bianco scruta attraverso il vetro.




Cerca qualcuno.

Al suo fianco un piccolo bimbo di cinque, forse sei anni fa il segno del pollice in segno di okey. Il mio sguardo rimbalza dalla banchina al nostro vagone e viceversa. La scena è questa: all’interno un giovane ragazzo cappellino e zaino in spalla appoggiato stancamente appoggiato allo scorrimano e affacciato al finestrino aperto. Fuori i parenti riuniti, padre, madre, una giovane donna con in braccio un infante, forse la moglie e il figlio.  Tutti lo salutano calorosamente. Una scena intensa, autentica. Un’immagine che si ripete decine di volte per tutta la lunghezza del convoglio.


Sono le ventuno in punto. Le porte sono sprangate. In una cacofonia di suoni metallici, stridii di ferro e scricchiolii, la carovana parte. Fuori il cielo è già blu scuro, e a breve sarà notte, quella vera quella del mondo senza città. Dai finestrini dello scompartimento sfilano sfocati i palazzi della periferia, torri austere e cupe, così se non fosse per qualche isolata luce accesa negli appartamenti sembrerebbe già un insediamento abbandonato nella steppa. Fuori i corridoi sono già vuoti, ognuno si è sistemato o sta cercando di farlo. Vedo passare la nostra capovagone. Una mongola piccola e ringhiosa di stampo proto-cinese, sguardo anonimo e vestita di un tailler blu e una camicia azzurra.  Mi scanso in là per farla passare che quasi mi travolge. Inizia così la nostra danza serale che sfocerà in una silenziosa guerra di posizione durante le lunghe ore della notte. 


Intanto si presenta il nostro ospite, è un giovane mongolo in viaggio con una combriccola di amici che occupano la cabina dopo la nostra. Arriva, si affaccia, saluta con il movimento del capo, prende visione del posto che gli abbiamo lasciato e ci fa capire che ci raggiungerà più tardi per poi sparire. All’interno dello scompartimento lo spazio è minimale. Sistemo alla bene e meglio lenzuola federe e cuscini e già intuisco che sarà una notte di quelle impossibili. L’aria è pressoché inesistente, fa un caldo micidiale e l’impianto di aerazione è inesistente. Tenere il battente superiore aperto significa condannare a morte gli occupanti del letto superiore. Nessuna posizione intermedia. O spalancato o totalmente chiuso. Inoltre il battente si apre direttamente sul letto, o meglio sulla testa di chi ci dormirà, così rimarrà ermeticamente sigillata tutta notte.  Unica soluzione per evitare l’asfissia è tenere aperta la porta dello scompartimento e il finestrino nel corridoio. 


Alle estremità del vagone, che non lasceremo per tutto il viaggio, due telecamere. Sono installate sul soffitto, appena prima del ballatoio con i bagni ed è tramite queste che la capovagone tiene d’occhio il suo piccolo regno. Nei treni mongoli le toilette sono divise per sesso, all’estremità destra quello per gli uomini, all’altro capo della carrozza adiacente la cuccetta privata della capovagone, quello per le donne. Mi scappa e vado in bagno. Attraverso dondolando tutto il corridoio. Provo ma, dannazione, la porta è chiusa. Mi accorgo di una targhetta in inglese e russo sulla porta. C’è scritto “i bagni verranno chiusi mezz’ora dopo la partenza e l’arrivo di ogni stazione.” Andare in bagno diventa roba da statisti, c’è da mettersi a tavolino e fare i calcoli.


Dalle cuccette intanto i suoni si fanno più bassi. Solo dallo scompartimento dei ragazzi vicino a noi arrivano voci più alte, risate e grida. Il resto del vagone è silenzioso. Vedo volti stanchi, persone quasi addormentate, il finale di una partita a carte sul tavolino tra un letto e l’altro, un ultimo pasto consumato in fretta guardando fuori. Le luci all’interno degli scomparti si abbassano. Io annoiato cammino lentamente avanti e indietro lungo il corridoio, cercando di godermi il più possibile l’aria fresca che arriva da quel benedetto finestrino. 




Verso mezzanotte dopo aver fatto caciara con gli amici per tutta la sera fa capolino il giovane mongolo. Lo vedo arrampicarsi sul letto a castello con il piglio di un abitué. Chiudiamo la porta e ci sigilliamo dentro. Non passano che pochi minuiti e causa mancanza d’aria decidiamo di riaprirla, ma questa inspiegabilmente rimane chiusa, bloccata. Siamo chiusi dentro. Io e il mongolo iniziamo ad armeggiare attirando l’attenzione dei compagni di viaggio. Nello scompartimento si svegliano tutti. Anche il mongolo è interdetto. Da fuori arriva la capovagone senza nascondere un viso scocciato. Questa prima apre, ci guarda, ci fa spostare dentro costringendoci a comprimerci ancor di più, e infine si richiude la porta alle spalle chiudendosi con noi. Stiamo a vedere sembriamo dire guardandola con sguardo di sfida. Lei accetta silenziosamente l’atto di sfiga. Così appoggia la mano alla maniglia, la tira verso l’alto con un dito fa una leggera ma vitale pressione attorno al perno, la porta scorrevole si spalanca immediatamente sul binario metallico. Se ne va con il solito sguardo atarassico, ma ci avrei potuto giurare soddisfattissima per averci lasciato rimuginare come ebeti sulla scena.





Cessata l’emergenza ci sentiamo circondati nuovamente da un assordante silenzio metallico. Gli unici rumori che provengono sono quelli ipnotici e ripetitivi dei binari, e del doppio rumore che i carrelli provocano quando saltano da uno spezzone di binario all’altro. Piergiorgio al piano di sopra sprofonda nuovamente in un sonno profondo. Fabio accende la sua piccola torcia frontale e inizia a leggere un libro. Noto di non riuscire a prendere minimamente sonno. Il treno è un eufonia di rumori. Stride. Cigola. Sferraglia, si lamenta. Il caldo è sempre più opprimente. Ci saranno trenta gradi. L’odore delle scarpe e del sudore inizia a diventare insopportabile. La gente accaldata dorme a petto nudo. Dopo poco non sento più lo sfrusciare delle pagine, allora alzo lo sguardo e da sotto il tavolino vedo le mani di Fabio serrate sul libro la luce accesa e gli occhi sigillati in un sonno profondo. 

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© 2019 by  Sergio Del Rosso