Mongolia, diario di viaggio. QUATTORDICI

Aggiornato il: 19 ago 2019

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QUATTORDICI

La pigra luce del mattino mi sveglia lentamente. Apro gli occhi, mi stiracchio, sbadiglio,  guardo l’ora e poi metto piede a terra. L’appuntamento con Bonid è alle nove. Ho ancora un ampio margine. Scendo per la colazione. Nella sala avverto un inconfondibile atmosfera familiare. Non è profumo di caffè, ma chiacchericcio italiano. L’impressione è che siano gli italiani del tour precedente, alle ultime ventiquattro ora prima della partenza. Mantengo l’anonimato, non per maleducazione ma per non turbare le mie aspettative con prematuri racconti altrui.. Una giovane cameriera mongola dallo sguardo pallido e guanciotte tonde mi serve la colazione. Osservo il rituale che si ripete scientificamente per ogni commensale. La scena. Si avvicina con garbo tutto orientale e chiede timidamente: Tea or Coffè. Per poi sparire oltre il bancone senza proferire altre parole. Io per spezzare questo terrificante non-rapporto, la saluto, ringrazio sorrido. Cerco empatia. Cerco di elevarmi oltre quello che potrebbe essere lo stereotipo del turista occidentale che pretende perché paga, senza cercare di dare. Lei finalmente si lascia andare ad un sorriso. A tanta gentilezza però non corrisponde altrettanta qualità. Il caffè è una brodaglia.

Il sacrilegio mongolo è sempre lo stesso, caffè solubile e acqua calda. Un supplizio che sa di tortura. Fortunatamente l’uovo, il wurstel e l’insalatina di rinforzo sono discreti. Finisco velocemente.


Bonid è puntuale. 


La prima meta di oggi è il Dari ex complex. Indico a  Bonid  l’ubicazione sulla mappa. Lui osserva concentrato e cerca di capire. Per la prima volta lo vedo esitante. Pare proprio non sia un luogo turistico. Né tanto meno sia in grado di arrivarci autonomamente. Alla bisogna mi tramuto in navigatore. Zin tish! Baron tish! Cigherè! Gira a destra, a sinistra vai dritto. Rafforziamo il nostro nuovo legame.  Edificato da gesti fisici inconfondibili e reciproci segni d’intesa. Abbandoniamo il centro città. E puntiamo decisi verso una strada secondaria di periferia che inizia ad inerpicarsi sulle prime colline di UB. Il quattro per quattro si arrampica agevolmente. L’asfalto cittadino ora si fa strada battuta in terra. Buche dossi.


Alle palazzine popolari in cemento si sostituiscono case basse di un piano. I tetti spioventi sono colorati. Verdi, rosa. Arancioni e blu. Da lontano mi ricordano antiche usanze in voga nei nostri borghi marinari. Dove il colore della facciata serve a ricordare al marinaio dove sia di casa. Qui non c’è significato dietro la scelta. Nessun romanticismo.  Solo un dubbio gusto estetico del tutto casuale. Insomma come come mi confermerà Alfredo è fatto a cazzo. Staccionate in legno dividono le proprietà l’una dall’altra. All’interno ora di una ora di un'altra, le gher bianche. Qualche pannello solare. Barili. Corde. Secchi per l’acqua. Da una parte all’altra della strada pali e cavi della corrente. In queste periferie le tubature idriche non sono sempre presenti. E le fogne non esistono.  Sulla strada una casa di mattoni arancioni e tetto rosa attira la mia attenzione. Sulla facciata un cartello blu con delle scritte e un numero ben evidenziato 482. Sull’uscio sosta un gruppo di uomini e tre ragazze.  Sono piegati in avanti. Ai loro piedi un gran numero di taniche trasparenti blu e gialle. Stanno facendo il pieno di acqua corrente attendendo pazientemente il loro turno.



L’ascesa è terminata. Siamo in vetta. Sbarchiamo ed esploriamo questo nuovo ambiente. Il Dari ex complex è un punto panoramico spettacolare per quanto desolato. Da qui pare di riuscire con un salto a raggiungere ogni parte della città. Da qui si può comprendere cosa sia in realtà UB. Non solo una capitale, ma una sorta di arca, ancora di salvezza per migliaia di persone. Un’arca che però si è trasformata in sarcofago per il nomadismo. Già il nomadismo. Decimato dal gelo, e definitivamente ucciso dal tepore e dalla sicurezza che la città poteva suscitare. Qui ai piedi del centro abitato, appena oltre i palazzi popolari si staglia per chilometri un inverosimile tappeto di case, gher e tende.


Un arazzo urbano di colori, venature, e trame urbane che si intrecciano e fondono. Un accampamento vastissimo germogliato senza un piano regolatore. Uno sviluppo urbano che ha attecchito in modo malsano, disperato. E’ da qui che in inverno si levano nell’aria fumi di ogni tipo. Quando la temperatura scende a quaranta gradi sotto zero per sopravvivere si è costretti a bruciare tutto. Legno, rifiuti, plastica, copertoni di automobili. E la periferia  si trasforma in un enorme inceneritore, tanto da far diventare UB la città più inquinata del pianeta.


Verso ovest al di là dei quartieri residenziali, torreggiano lugubri ciminiere. E’ il limite della zona industriale della città.  Un agglomerato di industrie obsolete, impianti datati, casermoni dismessi e tubature a cielo aperto. Tubazioni nere. Enormi. Gocciolanti sopra la terra. Camini che sputano veleni verso cieli imaccolati. In Europa l’odore e l’aria malsana di quel quartiere è roba da blocco totale di ogni attività. Altro che l’Ilva di Taranto, o il pm dieci di Milano. Qui non si scherza.



E’ metà mattinata. Il sole punge. Bonid a petto nudo scruta l'orizzonte. Indica qua e là con la mano. Scambia opinioni su chissà cosa in compagnia di un altro mongolo a petto nudo. Non era mai stato qui. Sono contento di averlo portato per primo. Scendiamo. Propongo di fermarci ad un market per fare rifornimento di acqua. Poi una volta li, decido di regalargli una bottiglia di vodka e una confezione di cioccolatini per la moglie, così da farmi perdonare il tirar tardi la sera. I cioccolatini si sciolgono in auto gli dico. Così andiamo a casa sua. Dopo quasi un ora abbondante arriviamo di fronte ad una piccola casa con il tetto spiovente.  Nel box affianco l’abitazione un auto giapponese color bianco sporco. Ha il frontale totalmente distrutto. I bracci delle sospensioni strappati, il motore dilaniato. Bonid la guarda sconsolato, mentre suo figlio minore si vergogna manifestando colpa. Entro in casa. Gli spazi sono molto ridotti ma accoglienti.


Incontro la matriarca di casa. La madre di Bonid. Affettuosamente si alza dal divano e mi abbraccia dandomi due bacini sulle guance. Così come se fossi un parente. Mi accomodo. La televisione sul lato sinistro del salotto incastonata nell’unico mobilio presente ha evidenti problemi di ricezione. Dopo un breve valzer di canali, la nonna rinuncia. L’unico canale visibile trasmette una registrazione di un combattimento del Naadam. Ipnotizzante. Al centro dello schermo un uomo in costume intona canti propiziatori al combattimento. Alla sua sinistra il lottatore. Mano destra piantata sulla spalla sinistra. Costumino azzimato, pancia rigorosamente strabordante. Gli cammina di fianco avanti e indietro facendo perno sulla spalla. Il canto va avanti per due tre cinque dieci minuti. Una litania che diventa straziante. Faccio la conoscenza della figlia di quattordici anni. Una vivace ragazzina dallo sguardo dolce e inteligente. Okan il figlio maggiore di cui in quel momento ignoro l’esistenza, lo conoscerò solamente diversi giorni dopo a Sajnšand. La moglie di Bonid invece non c’è. La vedrò solamente in una fotografia al termine del viaggio essendo impegnata al lavoro. Quello che ritenevo una breve visita di cortesia, si tramuta brevemente in un assaggio della mitica ospitalità mongola.


La visita diventa pranzo. Ravioli di carne e un’insalatina agrodolce di accompagnamento che ancora oggi mi sogno la notte  per quanto buona. Mangio di gusto. Così tanto da dover rifiutare di poter ingurgitare altro. Gesticolo con le mani sulla pancia indicando di essere pieno e sbuffando come un bufalo. A dimostrazione di ciò provo a dirlo anche in mongolo. Bonid allora si fa preoccupato, si alza e torna dopo poco con in mano un rotolo di carta igenica. Scoppio in una risata. Mi accorgo che i gesti con le mani di cui noi italiani siamo maestri qui non funzionano.  Devo affinare il mongolo al più presto. Trascorriamo il tempo senza fretta. Canzoni. Mi mostrano sui telefonini videomusicali nostalgici di cantautori mongoli in abito tradizionale che stornellano fieri nella steppa. Vivo momenti di sciamanesimo mentre lanciamo sul tavolo ossa di animale da consultare come saggi. Fuori fa caldo. Il tempo rallenta. E’ primo pomeriggio. Mi congedo dalla famiglia con grandi ringraziamenti e affettuosi saluti. 


Il traffico ci grazia. Il cielo però è grigio, lattiginoso. Da nord grandi masse d’aria umida si affacciano minacciosamente. Sulla strada che porta al Gandantegchinlen Khiid chiedo a Bonid se conosce una gioielleria. Acquistare anelli in viaggio è diventata una sorta di tradizione. Ricordo ancora il primo. Ero nella medina di Marrakech, il mio primo viaggio in solitaria fuori dai confini europei. Quaranta minuti di contrattazione serrata seduto su un tappeto, circondato da gioielli di ogni tipo e fattura, con il bicchiere del thé alla menta, che per quanto mi sforzavo, veniva sempre riempito nuovamente dal giovane bottegaio. Era d’argento con una splendida pietra di malachite incastonata. Entriamo, guardo chiedo provo, valuto. Poi la mia curiosità cade sui gioielli a forma di svastica. Rappresentazione simbolica del male supremo, almeno per noi europei. Qui, in terra asiatica rappresenta l’originale simbolo religioso indoeuropeo, utilizzato nelle religioni indiane e cinesi, nonché dallo sciamanesimo mongolo e siberiano.

Fuori dal negozio una strada, con al centro un lungo viale pedonale a dividere le due trafficate carreggiate stradali.   Allora attraverso e vado a dare un’occhiata. C’è un piccolo tempietto, una sorta di pagoda aperta su ogni lato. Quasi una tettoia ma dallo stile orientale, e quindi più aggraziata. Appena più defilata una panchina con due giovani ragazzi in atteggiamenti amorosi. Si sento osservati, allora si voltano, mi vedono e sorridono imbarazzati. Lui impacciatissimo, quasi vergognoso. Pare ostacolato nel suo atto amoroso dalla mia presenza. Lei più disinvolta. Sentendomi di troppo sosto il tempo di una fotografia e torno dal mio pazientissimo compagno di avventure.


Il Gandantegchinlen Khiid sorge nel distretto monastico di Gandan, una piccola collina immersa nella ragnatela della città. E’ uno dei pochi monasteri buddisti risparmiati dall’epuriazione del secolo scorso. All’interno della cerchia muraria custodisce templi, scuole, università, ma il vero fiore all’occhiello è rappresentato dal magnifico Migjid Janraisig Sum bianco.  Entro in questa sorta di ultimo e primo santuario del buddismo mongolo. L’atmosfera è di celestiale intensità. L’aria è densa di profumi, aromi di incenso, legni antichi, essenze floreali.  Tutt’attorno c’è un sentore di santità e di vissuto. Al centro dietro un piccolo tempio con in bella vista la fotografia dei Dalai Lama succeduti, giganteggia la statua di Migjid Janraisig.  Ventisei metri di rame ricoperto d’oro. All’interno: ventisette tonnellate di erbe medicinali, trecento trenta quattro sutra, due milioni di fasci di mantra e un’ intera gher compresi i mobili. Roba da non credere.



Lungo tutte e tre le pareti del tempio si trovano centinaia di immagini di Ayush, il Buddha della longevità, che fissano attraverso l'oscurità la magnifica statua. L’effetto è bizzarro. E’ come se in una chiesa attorno alla statua di Gesù Cristo, ci fossero sulle pareti centina di pupazzetti che raffigurano lo stesso Salvatore. Pare di essere in un negozio di giocattoli. Invece no. Qui la faccenda è seria, è di religione che si tratta. Ecco allora che cercare di raccogliere un’istantanea interessante diventa affare complicato. Quando la fotografia può travalicare il confine della religione? 



Rimango li, per un tempo indefinito. Le persone entrano con le mani congiunte. Guardano la statua, chiudono gli occhi pregano. E io li, come un miscredente a guardare un mondo lontanissimo fatto di riti, di preghiere e di gesti a me sconosciuti. Entrano due donne con in mano due ceri contenuti in calici dorati. E’ lì, in quel momento che riconosco un gesto inequivocabile. L’istante in cui la fiamma ardente del fiammifero incontra la corda e l’accende, è l’attimo in cui la luce come manifestazione del Dio brilla dentro ognuno di noi. La fiamma che accende la candela diviene il simbolo del fuoco divino che arde in ciascuno di noi. Eccolo dunque il confine tra fotografia e religione. E dipende solo della nostra coscienza, della nostra sensibilità.


Sono di nuovo fuori all’aperto.  L’aria è fresca. Gruppi di turisti e devoti vanno avanti e indietro per il quartiere. Fotografano, parlano, sostano tra la scuola di filosofia dedicata a Kalachakra una divinità buddista adirata  e l’università buddista di Öndör Gegeen Zanabazar, fondata nel 1970. Il pomeriggio appare come tanti altri. Poi l’eco di un canto proveniente richiama la mia attenzione. Mi attrae. E’ vitale, energetico. Mi seduce.  Si diffonde come un’onda in tutto il quartiere. Rulli di tamburi. Canti. Piatti. Suono di corni, flauti. Rimbalzano di parete in parete.  Sento l’aria vibrare. Proviene dal tempio Gungaachoilin Datsan. Allora mi affaccio alla porta. La scena è indescrivibile. Monaci di ogni età in un perpetuo armonioso vocalizio. Bambini, anziani, giovani. Dal tempio si innalza un gorgheggio energetico che attraverso le vibrazioni dell’aria si espande e cresce. E’ un turbine di emozioni. Mi avvolge. La gente entra congiunge le mani e cammina in senso orario attorno ai monaci. Vorrei quasi amalgamarmi in questo vocalizzo. E’ trascendentale. Passo sull’uscio un periodo indefinito. Mi prendo tutto il tempo per beneficiare di questo momento e custodirlo gelosamente. L’emozione è fortissima.


Il tempo fuori pari insensibile al sacro canto. L’aria umida più fredda è infine collassata in pioggia. Nuvolacce nere iniziano a scaricare acqua sulle alture a nord della periferia. Temendo per un imminente acquazzone decido di raggiungere il palazzo d’inverno di Bogd Khaan, l’ultimo palazzo ad avere ospitato un re mongolo. E’ domenica pomeriggio, e il sito è poco frequentato, il parcheggio completamente vuoto. Mentre ringrazio gli dei vecchi e nuovi per non aver fatto piovere, all’ingresso un’anziana signora agghindata in un vestito fuxia quasi cade. Porgo mano e braccio per aiutare. Il suo gruppo che si era distrattamente affrettato più avanti ritorna indietro per sincerarsi delle condizioni della nonnina. Tra questo gruppo di mongoli noto con sorpresa due volti dai tratti europei che vi si accompagnano.  Una donna e un uomo. Quest’ultimo mi ringrazia con un thank you di Biscardiano accento. Strano mi dico, ma temendo ancora per i capricci del cielo non ho il tempo di indagare ulteriormente, così saluto e prendo congedo. Il palazzo diviso in sei templi in un parco non è vastissimo, così mentre passeggio alla ricerca dell’inquadratura migliore ecco di nuovo i due. Stavolta sento indistintamente conciliaboli in italiano. Visto l’episodio e spinto dalla curiosità di due italiani che si accompagnano ad un gruppo di mongoli attacco bottone. Sono fratello e sorella. Lui di Catania, ma lavora in Svizzera. Lei di Roma. Sono qui perché lui, Mario si è fidanzato in svizzera con l’attuale compagna, una mongola di UB. Lei capelli biondi tinti, carnagione bianca,  labra carnose risaltate da un rossetto quasi volgare. Vestitino rosa. Completamente europeizzata, tanto che i due tra loro parlano in tedesco. Che storia. Scambiamo poche battute, gli dico che sto andando al memoriale Zaisan nella speranza di godere di un bel tramonto. Fattici portare da lei gli dico, c’è una bella vista della città. Ci salutiamo con la speranza di ritrovarci chissà.



Lo Zaisan memorial rimane ben impresso nella memoria di ogni visitatore, ma più ancora nelle gambe. Un complesso situato su una collinetta con vista sulla città. Sono ben seicento e dodici i gradini che devono essere affrontati per scollinare in vetta. Alla base della scalinata una donna posa con due bimbi di fronte ad un impressionante monumento della seconda guerra mondiale: un carro armato di fattura sovietica T-34 usato da una brigata mongola posto su un ceppo di cemento. Sulla facciata la mappa stilizzata alla volta di Berlino. E mentre mi inerpico su questa scala infinita sbuffando con il fiatone penso che questi sono i momenti maledetti dei miei viaggi. Sulla schiena zaino con una reflex, due batterie, tre obiettivi, quattro filtri, un telecomando, il cavalletto, bottiglia d’acqua e mantellina. Pare di star salendo sulle trincee dolomitiche della grande guerra.  Arrivati in cima la scalinata termina in un una piazza circolare dove trovo un turbinio di mongoli in movimento, famiglie composte da bambini adulti e anziani. Sulle loro teste a far il periplo del cerchio si erge muro sospeso il cui lato interno è affrescato con un mosaico di figure e scene di ogni tipo che ormai nessun guarda più. I mongoli vengono qui nel fine settimana, scalano la collina, fanno movimento, bevono mangiano e si godono il panorama. Ai lati della piazza l’intrattenimento è rappresentato dal lancio delle freccette contro alcuni palloncini, un gioco gestito da giovani ragazzine. Queste giovani imprenditrici forniscono le freccette, sostituiscono i palloncini rotti, puliscono a terra, danno i premi e riscuotono i soldi senza quasi aprire bocca.


Cerco di scattare qualche buona fotografia. Bonid che veglia su di me non fa in tempo ad avvisarmi del pericolo. La mia gamba passa su un cespo di ortiche. Ci vorranno dieci giorni e quasi un tubetto di gentalyn prima che il rosso sparisca dalla pelle. Mentre mi alterno tra mirino della reflex e panorma sento una voce quasi familiare. Compare Mario con tutta la famiglia acquisita della fidanzata. L’ha già portato qui. Ci prendiamo del tempo. Parliamo del nostro paese mentre la compagna gli lancia delle occhiatacce che sanno di tradimento.


Discutiamo del lavoro in Svizzera e dell’Italia. Poi  inevitabilmente della Mongolia. Mi racconta che andrà a caccia con i fratelli della compagna. Gli raccomando di non mangiare carne cruda... che qui c’è ancora la peste bubbonica. Trasalisce. Si spaventa un po’. Eppure è così. In certe zone è ancora presente a livello endemico. Non sono passati tre mesi da quando due kazaki ci sono rimasti secchi. Poveracci si sono mangiati il fegato crudo di una marmotta ad ovest verso l’Altai. Roba da squilibrati. E’ quasi tempo del tramonto e saluto Mario. Ci diamo idealmente appuntamento in Svizzera ad una prossima ipotetica e fortuita prossima volta. Lasciamo spazio al destino.


Ciao Mario abbi cura di te. 


Ritrovo lo sguardo paterno di Bonid che in disparte ha aspettato in silenzio già da due ore. 


Lo Zaisan è un luogo ricco di vita e di incontri. E’ territorio di passaggio ma anche di sosta. Punto di meditazione. Spazio di conoscenza. Mentre sediamo sul parapetto di cemento facciamo la conoscenza di un russo sposato con una donna mongola con cui intoniamo diverse canzoni. Parliamo con una ragazza sbadata a cui abbiamo custodito per quasi quaranta minuti l’action cam dimenticata. E mentre canticchiavamo il ritornello di una canzone in italiano, un mongolo che transitava con la sua famiglia prontamente ci guarda e si unisce al coro. Ci sorridiamo complici di questo momento di fratellanza.


In lontananza le nubi si riaddensano. Il sole è ormai deciso a lasciare l'oriente per l’occidente.  Sulle colline laggiù in fondo, a nord, sciamano colonne di pioggia. Le prime luci della città iniziano a punteggiare palazzi e periferia. Il cielo non si colora se non brevemente. Nessun tramonto spettacolare. Solo un infinitesimale luce pastello tinteggia per qualche secondo un cielo plumbeo quasi scandinavo. Non ho nessun rimpianto. Nessun rammarico. E’ stato un giorno ricco, pieno. Costellato di incontri e ormai maturo per rimpinguare il forziere dei miei ricordi. Ne ho già quasi la nostalgia. 



Rientro in hotel e mi congedo da Bonid. Ci abbracciamo con gli occhi lucidi, veritieri. Addio fedele guida. Silenziosa ed impagabile presenza. Ma sarà più un arrivederci che un addio ma ancora non mi era dato di saperlo. Entro in hotel. Saluto. Chiamo l’ascensore per il quinto piano. Stanza 509. Finalmente lascio cadere lo zaino. Maledetto sacro fardello. Mi ricordo che non ho ancora avuto modo di cercare la sim dati. Domani è lunedì. Arrivano gli altri.

Mi collego al wifi. Il telefono vibra lampeggia. Messaggi dai miei cari. Qualche noiosa notifica sulle notizie dall'Italia. Poi un messaggio da Fabio, arrivato con il volo di stamane. Gli hanno smarrito il bagaglio. Primo nefasto presagio di quanto accadrà in seguito. Non sono riuscito a rispondere ai suoi messaggi, privo com’ero di connessione. Me ne scuso. Stasera è uscito a cena con Alfredo, la nostra guida. Domani farò la conoscenza di entrambi anzi di tutti gli altri. Faccio una doccia, forse una delle ultime.

Poi prendo due maglie, calze e boxer e improvviso un bucato. L’acqua è gelida, quella calda è già finita da un pezzo. Le mani mi si intirizziscono. Infine apro il cavalletto e lo dispiego come uno stendi panni. Lo piazzo davanti alla finestra aperta e ci blocco alla bene e meglio i vestiti strizzati. Al quinto piano arriva un forte venticello. Domani saranno già asciutti. Ceno con delle patatine.

Spengo la luce ma la finestra è aperta. Luci e suoni mi avvolgono come una coperta. Mi lascio viziare dal respiro notturno della città poi d'un tratto cedo e mi addormento.

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© 2019 by  Sergio Del Rosso