Mongolia, diario di viaggio. DICIOTTO



DICIOTTO

Per recuperare il ritardo accumulato ci imponiamo scadenze severissime modello campo giovani marmotte. Sveglia alle sei che per tanti diventeranno le sei e mezza, colazione mezz’ora dopo e partenza alle sette che finiranno per diventare le otto. Io al primo accenno di chiarore preludio dell’alba astronomica sono già in prima linea. Vestito lavato impomatato e con la reflex al collo in attesa del primo squillo di luce. Immagino e pregusto cieli incendiati, colori pastello però l’orizzonte non vuole saperne, il vento cessa e un denso strato di nuvole si incastra proprio li. Esattamente lì dove non vorrei che fosse. Poi il sole in qualche modo trova uno squarcio e inizia a pennellare sull’erba la sua inconfondibile morbida luce dorata. Intanto al campo i ritardatari iniziano a ritrovare contatto con il mondo. Ad alcuni pare ancora di sognare quando nei sacchi a pelo inizia a diffondersi un inconfondibile familiare aroma. C’è il caffè sento bisbigliare da una tenda. Il caffè, la bevanda che fa girare il mondo. L’incredibile esempio di come anche nel Gobi si può fare a meno dell’indispensabile, un bagno o una doccia, quando si ha a disposizione il superfluo.


Ripiegate le tende e riposti i picchetti, facciamo armi e bagagli e partiamo. Senza malinconia lasciamo questo fazzoletto di terra senza nome che ci ha offerto un terreno dove trascorrere la notte. O forse un po’ di malinconia c’è. Quando mi accorgo di lasciarmi alle spalle un luogo dove sistematicamente saprò già di non fare più ritorno, riesco sempre a provare una mestizia sensazione di tristezza. Momenti che hanno il sapore agrodolce dell’addio.


Con la piena luce del giorno il panorama restituisce un manto infinito di terra dipinto nelle sfumature più diverse. Sotto di noi ciuffi di vegetazione rada e sassi, sopra, un mare di nuvolacce bianche e stoppose che rendono la luce pallida e ovattata. A mattina inoltrata il paesaggio si fa più cupo. Nell’aria c’è sentore di pioggia. Lungo la pista, proprio a ridosso della nostra direzione compaiono un gruppo di gher. Pare sia un campo nomade ancora nella fase di allestimento. Mentre sfrecciamo vediamo avvicinarsi l’intelaiatura in legno arancione di una tenda, si palesa quasi fosse lo scheletro di un animale preistorico. Attorno delle moto parcheggiate sui cavalletti, c’è un furgoncino e più in là legno da staccionata. E proprio da dietro questo, che mentre passiamo, due macchie nere fulminee si staccano per intercettarci. Metto a fuoco le chiazze, sono due mastini rabbiosi che abbaiano sbavano e latrano con ferocia inaudita. Altro che proverbiale ospitalità mongola pensiamo, mentre incitiamo Gerelee a premere di più sull’accelleratore. Fuggiamo, mentre i cani ci scortano con empietà fuori dal loro territorio. 




Il Gobi è un deserto strano, meno deserto di quanto non si immagini. Infatti poco dopo quasi all'improvviso ecco comparire all’orizzonte un'altra gher totalmente isolata. E’ circolare bianca lunatica. L’abitazione mongola per eccellenza da più di cinquemila anni. Fuori a far la guardia nessun cane feroce, solo un’innocua capretta color caffè latte a fianco di una motocicletta. Ci fermiamo. 


Dalla porta pitturata di un bel blue turchese profondo e rigorosamente puntata a sud, escono due donne. La prima è una mongola forse sui quarant’anni. Indossa scarpe da treeking nere, jeans, una camicia rosa e sopra una giacchetta dalle maniche arancioni. Le guardo le mani e le dita, strette le une sulle altre, mani consumate indurite dagli anni del lavoro. Sul viso un’espressione perennemente felice davanti a capelli corti nero corvino raccolti. Al suo fianco la più giovane, che dall'età capiamo essere la figlia. Veste scarpe un paio di scarpe da ginnastica firmate nike blue e fuxia, jeans t-shirt bianca con sopra disegnati decine di coni gelato. La chioma anch’essa nera, è divinamente lunga. Raccolta su una treccia per tutta la schiena sul lato destro, e gli altri capelli non ancora raccolti che svolazzano nel vento del deserto come un mantello. Un viso ancora pulito giovane immacolato, eppure nei suoi occhi di un verde rarissimo segnato di pagliuzze dorate, sembrano emergere ben di più dei suoi anni. E’ gentilissima. Ci mostra con semplicità la sua gher. 


Sono venti metri quadrati che contengono un universo. Un patrimonio tradizionale, nei secoli fedele,  per il mongolo è una casa, nido, riparo, focolare che si monta e smonta come se fosse fatta di mattoncini lego. Come se fosse un gioco da bambini. Con gesti consacrati dalla tradizione, in cui tutta la famiglia ha un suo ruolo preciso, e che rinsalda ancor di più i vincoli che la tengono unita. Al centro c’è la grata circolare in legno di salice.  Che fa da parete e punto d’appoggio per i pali di sostegno, riuniti alla sommità della tenda in una calotta da cui fuoriesce il tubo-camino del focolare interno.  Ai suoi piedi la stufa di ghisa, focolare, camino e cucina insieme. A fianco e un secchio consumato con all’interno  pezzi di sterco essiccato, eccezionale combustibile.  Ai lati i letti, le cassapanche, sgabelli e tavolo, un piccolo altare, le masserizie, la brocca con catino per lavarsi, le selle. Il profumo che si avverte è di cuoio, tabacco feltro con lievissime contaminazioni alcoliche. I colori hanno una calda dominante arancio, tinta affine alla cromia dell’oro, segno di regalità e prosperità. A terra, feltro e spessi tappeti. Ovunque, respiri l’essenza del Paese: fatta di segni del passato glorioso, vecchie statuine del Buddha, attrezzi artigianali, antichi oggetti di devozione, stoviglie tradizionali e concessioni alla modernità più globalizzata: polaroid ormai stinte, radioline di marca cinese, giocattoli e secchi di plastica colorata, ma in certi casi anche decoder collegati a improbabili parabole satellitari o centraline che regolano il flusso di energia generato da moderni pannelli solari.



Essendo la più piccola delle gher visitate, fatichiamo ad entrare tutti. Ma più ancora, guardo con attenzione e dal buio e noto in un angolino due piccoli capretti bianchi come la neve. Hanno solo due giorni ci dicono e sono qui non per essere macellati come qualche spiritoso afferma, ma per essere protetti ad accuditi in questi primi giorni di vita. Li accarezziamo, sono caldi e meravigliosi nella loro purezza. Belano di nuovo. La madre fuori risponde al richiamo. 


E’ già tempo di ripartire, così prima di congedarmi scavo nella valigia e ne tiro fuori un dono. E’ per la ragazza. Le spiego che si tratta di una sciarpa caldissima fatta con fibre di cactus mentre le mostro una foto. Vedi, le dico, questa è la ragazza marocchina che l’ha tessuta dieci anni fa, proprio vicino ad un altro deserto. Da allora è rimasta con me, al sicuro in un cassetto. In attesa. Nessuno l’ha mai indossata. Ero certo che un giorno avrei incontrato qualcuno a cui donarla anche se non sapevo né dove, né quando sarebbe successo.  E’ per te, che possa proteggerti e servirti bene quando il freddo si stringe attorno alla tua casa e il vento si fa nemico. Lei mi ringrazia con tutta la spontaneità possibile. Da ultimo mentre ci allontaniamo, avverto una stretta alla gola e una strana malinconia pervadermi. Ripenso a tutte le volte in cui ho aperto quel cassetto, sul fondo la sciarpa piegata che mi guardava, quasi chiedendomi dove e quando. Così lo richiudevo dubitando anche se sarebbe mai accaduto. Ora che tutto è compiuto la sensazione non è quella della liberazione, ma di triste nostalgia. Di una sacra ricerca che si è finalmente conclusa. Un volto nascosto dalle pieghe del destino che ora si è fatto chiaro e reale assumendo le fattezze di questa ragazza senza nome persa chissà dove. Romanticismo moderno, sentimentalismo da viaggiatore occidentale, mi dico mentre ripenso a quanto accaduto. Sotto un paio di occhiali da sole a specchio indossati in un giorno senza sole, nascondo gli occhi umidi e arrossati da piccole lacrime. Sono felice.




A metà giornata mentre ormai siamo nei pressi della città di Dalanzadgad il cielo inizia a rovesciare sulla terra acqua a non finire. Il tutto alla faccia della siccità e desertificazione. La piccola cittadina di frontiera già fortemente anonima e poco attraente di suo, assume così toni ancora più tristi. Attorno alla nostra uaz scorre una periferia noiosa formata dalle classiche palazzine popolari, casermoni di stampo sovietico con antenne spelacchiate in bella vista, facciate scrostate, strade con asfalti rovinati senza marciapiedi, e vie in terra battuta diventati pantani fangosi. Non c’è un filo di verde, né un aiuola e alberi neanche a parlarne. Eppure diluvia che dio la manda. Qui non piove da un mese ci dicono e allora se a pensare male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca inizio subdolamente a sospettare che qualcuno nel gruppo porti iella. In un clima autunnale, siamo costretti a sostare spaesati in questo paese dal quale vorremmo allontanarci il prima possibile. A pranzo l’umore del gruppo è pessimo. Quando ci avviciniamo al Parco Nazionale di Gurvan Saikhan finalmente spiove.


In questa terra il clima assume ritmi e caratteristiche tutte proprie. Nonostante sia parte integrante del Gobi con relativa carenza di precipitazioni, (tranne quando passiamo noi), nelle valli del parco resistono lingue di ghiaccio simili a piccoli ghiacciai fino quasi al termine dell’estate. Un clima da valli pre-himalayane. Lo Yoliin Am è uno di questi luoghi.  Una stretta gola scavata dal ghiaccio invernale nelle pareti granitiche. Percorriamo una strada tortuosa su un fondo così dissestato da implorare pietà, eppure nonostante il clima le nostre gambe scalpitano come cavalli al palo in attesa di togliersi da dosso il torpore delle lunghe ore di viaggio.


Sbarchiamo che sembriamo pronti per una maratona. Il gruppo in pochi minuti si frantuma a secondo delle andature proprie ad ognuno. La passeggiata è un lento proseguire seguendo il letto del torrente. Il paesaggio è una gola che come un imbuto si stringe e si contorce come un serpente. Qua e là massi erratici strappati via dalle pareti consumate che declinano verso il torrente con ai loro piedi tappeti e macchie di piante verdi smeraldo e fiori dai petali violacei. L’aria è fresca, salubre, è zeppa dell’odore della montagna, di terre bagnate, e del polline profumato di primavera.


Camminiamo con facilità in mancanza del ghiacciaio ormai completamente scioltosi chissà quando. Percorriamo forse due chilometri, quando scorgiamo l’imbuto in cui si getta il torrente, precipitando nel cuore delle montagne. Questo segna il confine stesso del canyon. Sostiamo li brevemente delusi. E’ metà luglio e del ghiaccio che una volta riusciva a sopravvivere tutto l’anno non c’è né rimasta traccia. Anche qui il cambiamento climatico ha mietuto vittime.



La delusione è una come ferita aperta, va saturata il prima possibile e nel modo migliore. Complice un pranzo non idilliaco, un clima spietato e un ghiacciaio che non c’era, la serata subisce un cambio di programma. Invece di trascorrere la notte presso una famiglia nomade il gruppo fa rotta verso un campo gher con tanto di doccia. Sono terribilmente deluso, speravo in un avvicinamento alla cultura del nomadismo in questa occasione, tuttavia, penso, almeno gli animi dei più facinorosi dei miei compagni forse si placheranno. Quando arriviamo dimentico presto la mia insoddisfazione. Lascio perdere il fascino ammaliante e rigenerante di una doccia calda e subito parto ad esplorare il nuovo ambiente. 




Attorno alle gher si stagliano piccole colline che circondano il bianco accampamento come torri ormai consumate dal vento. Risalgo il pendio camminando su massi, sassi pietre e qualche ciuffo d’erba. Su in cima in bella vista la scultura consumata di un ariete immenso a far la guardia al panorama.  La vista riempie l’anima. A sud ci circonda un muro di vette arcigne picchi e valli, da est a nord in un’infinita linea senza interruzione un interminabile paesaggio pianeggiante fin dove occhio arriva.  



Sembra la cosa più simile ad un immenso oceano formato da una palette di colori diversi. Striature verde smeraldo, marrone creta, gialle dorate. Sfumature ora chiare ora scure, che nascono degli umori e scontri tra vento sole e nuvole, artisti supremi dalla creatività infinita che instancabili disegnano squarci di scenario irripetibili ed unici.




A cena finalmente il clima è rilassato. I cultori del viaggio facile e comodo se possibile sono appagati. Desiniamo in spensieratezza dopo una giornata ancora una volta piena di emozioni. Tra i tavoli di questa sorta di campo a cinque stelle ci servono ancora una volta ragazzi giovani, dalle facce pulite e pazienti. Sono soprattutto donne. Terminata la nostra cena indugiamo in pochi, scambiandoci opinioni di viaggio, consigli e ipotesi. Con il primo buio e il levarsi della luna, i tavoli si svuotano, piatti e posate vengono portati in cucina e si inizia anche a lavare a terra mentre noi si resta lì, a sorseggiare un bicchiere di vodka in mancanza di un buon whisky. D’un tratto come può capitare in un momento di chiacchera tra amici, cala un momento di silenzio di riflessione. Ed è lì in quel momento che ci accorgiamo del venir meno di tutti quei rumori da ristorante, dei piatti che sbattono, di antine che si aprono, di sedie spostate. Ci guardiamo attorno, non c’è più nessuno. Sentiamo solo arrivare un debole rumore appannato, una sigla televisiva, un jingle.



Curioso mi sporgo appena un po’ oltre l’angolo, la scena è questa: in un religioso silenzio sette sedie tutte radunate l’una intorno all’altra e sopra di esse le ragazze del ristorante con lo sguardo all’insù, in adorazione verso il televisore con in onda la soap opera più in voga del momento.


Tutto il mondo è paese dico cari amici, mentre lasciamo il locale.


Fuori nel cielo una luna spettacolare illumina a giorno tutta la steppa. Le stelle offuscate da tanto chiarore paiono sfavillare meno, non è ancora il momento per fermarsi ad osservare il firmamento mi dico mentre cerco la mia gher nella notte.

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© 2019 by  Sergio Del Rosso