Mongolia, diario di viaggio. DICIASETTE

Aggiornamento: 2 set 2019



DICIASETTE

Il brusio dell’aria condizionata ha ronzato per tutta la notte come un vecchio moscone stanco che quando prendo contatto con il mondo scopro di essermi perfino rannicchiato sotto la coperta.  

Rispetto a Ulan Bator l’escursione termica è già violenta, e in fondo dovevo immaginarlo, essendoci spostati per oltre cinquecento chilometri più a sud in pieno amjag del Dornogov. Tendo l’orecchio all’esterno. Sono le sei del mattino e tutto tace. Allora getto un occhio fuori sulla strada ma anche qui non c’è un’anima. Pare di aver dormito in un paese evacuato. Il cielo è azzurro, limpido e completamente sgombro ma tutto è immobile. Fermo. Anche il feroce vento di ieri è cessato di colpo, e si è portato via tutto forse anche le persone. La città sembra morta. Mi sembra di essermi risvegliato in uno di quei film dell’orrore dove la razza umana si nasconde preda di mostri di qualche tipo che non attendono altro di vedermi spuntare fuori. Poi però nel silenzio ovattato dall’interno dell’hotel arrivano i primi rumori. Si sente una voce di donna chiamare, una due volte. Poi debole dal fondo del corridoio un'altra voce, sempre di donna, risponde e inizia un breve conciliabolo. Sento il cigolio di un carrellino spinto a mano. Per strada arriva l’eco soffocato di un camion che si allontana. Sotto l’hotel un uomo cammina sul marciapiede con delle cassette di frutta, mentre una donna con delle borse esce da un palazzo.  La piccola cittadina di frontiera faticosamente riprende vita. E lo fa lentamente, con i ritmi flebili di una città lontana da tutto, dove il tempo assume significati diversi. Si dilata, ti ingoia, e ti restituisce un valore del giorno differente. Questo fa la città di frontiera.



Il gruppo si riunisce per la colazione. Al contrario della cena, la colazione l’organizziamo alla buona in una delle stanze dell’hotel. Tra i miei compagni noto volti finalmente più rilassati. Quasi sereni. Il recupero delle valigie è un’iniezione di positività collettiva. Siamo seduti tra letti e poltroncine. Mangiucchiamo, sorseggiamo un ottimo caffè, discutiamo, accenniamo alle valigie, al percorso di giornata e al tempo che finalmente pare essersi messo al bello. Tuttavia noto che aleggia un evidente e triste strascico di tensione.



Ripongo le mie ultime cose, sistemo le due valige, mi lavo i denti e lascio la stanza. Trascino le mie valige lungo il corridoio, poi delle scale che mi fanno maledire tutto il peso che mi porto appresso. Sembra che sto partendo per una spedizione di un mese, e in effetti quasi lo è. Tutto l’indispensabile più il superfluo.


Davanti all’ingresso il momento tanto atteso, la divisione del gruppo sui mezzi di trasporto. Momento epico, che per alcuni segnerà in modo tragico la prosecuzione della vacanza, maledicendolo. Così ci dividiamo tra la jeep quattro per quattro di Okan, e la uaz russa di Gerelee. Non ci penso un attimo e mi fiondo sulla vettura sovietica. Salire è come un salto nel tempo.


Profuma di piste nella steppa, di paesaggi lontani, tramonti incendiati, sabbie dorate e di libertà. Io a sinistra, a fianco Fabio lato portellone e Piergiorgio, che come un Khan si gode tutto il vano posteriore. E rimarremo così per tutti i tremila chilometri di questa avventura. Sul mezzo made in Japan, Gianni Gaia dolcemente accoppiati seduti dietro, davanti Maria Luisa, appollaiata come una nefasta vedetta in avanscoperta.


I ragazzi terminano di caricare le valige, e di comporre un puzzle ad incastro che si ripeterà per tutte le nostre soste, tre volte al giorno. Pochi minuti e il paese si esaurisce, l’asfalto termina e siamo già in mezzo al nulla a sfrecciare a novanta chilometri orari su un letto di terra ciottoli e ghiaia, senza cinture e airbag, cercando ogni appiglio possibile che possa trattenerci da una frenata improvvisa, cosa che fortunatamente non accadrà mai.



Giornata desertica, nessun paese, nessuna presenza di un cartello che indica la direzione. Fabio tira fuori una mappa topografica della Mongolia. Liscia, senza segni, nuova di pacca con ancora addosso quell’odore intonso e chimico di stampa fresca. Ha dovuto acquistarla all’estero, perché in Italia la parola Mongolia evoca distanze siderali, da paese e cultura agli antipodi.  La apre come un giornale che occupa mezzo abitacolo, si avvicina, mette a fuoco sulla nostra posizione, guarda cerca indica. Sulla carta la rotta da Sajnšand al distretto di Mandah  è rappresentata da un’interminabile linea retta che corre da est ad ovest per quasi trecento chilometri. Nonostante stiamo viaggiando su un percorso che il telefonino identifica come una strada gialla, al pari di una provinciale, qui è già un’ora abbondante che stiamo saltellando a velocità pazzesca sulla nuda terra.  Sotto un cielo pulito la uaz viaggia in un nuvolone di polvere ballando come un tarantolato su ghiaie e pietre. Il panorama è una distesa piatta nella luce cruda del mattino, un tappeto sconfinato di praterie bruciacchiate dal sole, sabbie, e polveroni color ocra.



Davanti a noi la pista, due solchi nel terreno che si perdono all’orizzonte. Ogni tanto ne compare un'altra, si affianca rimane con noi per qualche chilometro, poi di colpo si sovrappone, e infine sparisce chissà dove. Gli incroci sono immensi. Gli spazi indefinibili. Orientarsi è roba da sciamani. Non sono strade o piste, sono autostrade verso il Nulla.


Un Ovoo nel nulla. Questi cumuli di pietre sono soprattutto luoghi di culto sciamanico, ma spesso sono anche punti di riferimento. Gli ovoo si trovano spesso in cima a montagne, colline e in luoghi alti, come passi di montagna.

Dondoliamo su un mare di colori che cambia continuamente sorprendendoci, perché contrariamente all’immagine romantica di un deserto di sabbia che noi europei possiamo avere, il Gobi è per lo più roccioso, formato da depositi di gesso, rocce sedimentarie, zone montuose incise da aridi burroni, letti di fiumi asciutti, vaste paludi salmastre, terreni sassosi, argillosi, e zone fertili dove cresce una vegetazione rada ma di un verde splendente. A volte viene addirittura chiamato il “Deserto Verde” per via di queste zone dove le acque sotterranee riescono a sostenere la vita vegetale. E tutto questo mondo si estende per milleseicento chilometri di lunghezza e dai cinquecento ai mille chilometri di larghezza. Incredibilmente la prima descrizione di questo luogo ci arriva oltre settecento anni fa da un italiano: è infatti Ne Il Milione, che Marco Polo ci parla di un territorio abitato da popolazioni mongole, pastori nomadi, audaci cavalieri e cammelli.