Marocco - Marrakech

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NEL PRIMO POMERIGGIO DEL 22 FEBBRAIO ATTERRO A MARRAKECH. DOPO AVER SBRIGATO LE FORMALITA' DOGANALI, RITIRATO IL BAGAGLIO E CONVERTITO UN PO' DI DENARO IN VALUTA LOCALE, CON UN LUNGO RESPIRO MI AFFACCIO ALL'USCITA, PRONTO AL PRIMO DUELLO. Ero spiritualmente preparato alla tenzone che sarebbe diventata in seguito una piacevole ma stancante abitudine: il primo assaggio dell’arte della contrattazione. Vengo abbordato dal primo tassista. Prima richiesta: duecento dirham. Sorrido spiegandogli che è troppo e passo oltre.

Arrivo al successivo, e questa volta cambio strategia. Alla mia offerta di ottanta dirham accetta. Penso che dovrò iniziare ad abituarmici. L’aeroporto è praticamente parte della città e in pochi minuti siamo nel cuore di Marrakech, piazza Dejnaa el-Fna. Un barba lasciata incolta da due mesi, berrettino di lana in testa, abiti tutt’altro che eleganti, ottengono l’effetto desiderato, solo un paio di volte vengo “abbordato”, un miracolo. Non ho l'aspetto del turista tipico. Mi guardo attorno mentre percorro tutta la piazza. E' un luogo dove gli occhi raccolgono più informazioni di quante ne riesca ad elaborare il cervello. Sarà la stanchezza o forse il pranzo saltato, sarà la confusione, ma arrivo al riad un po’ stordito. Il meraviglioso caos di Marrakech intanto, si avverte come un eco: rumori, musica, grida, chiacchiere sono richiami irresistibili per qualsiasi viaggiatore. Non resisto, e subito sono tra le vie della medina.

Da poche ore sono immerso in un modo distante solamente tre ore di volo dall’Italia eppure tutto sembra appartenere ad un altro pianeta. Più volte ho come l’impressione che tutto questo assomigli più ad un viaggio onirico, un sogno lucido, di quelli ad occhi aperti che non alla realtà. Viaggiare da solo ha i suoi innegabili vantaggi, libertà organizzativa e decisionale, possibilità di incontri piacevoli: la maggior parte dei locali che incontro si dimostrano estremamente rispettosi, gentili e soprattutto molto curiosi, anche se spesso cercheranno di investire il loro tempo su di voi, per convincervi ad acquistare qualcosa, qualsiasi cosa. Ed è questo che molte volte ho pagato, il loro tempo. Non si compia l'errore di paragonare tutto ciò ad una sorta di prostituzione intellettuale, ma è da considerarsi puramente come una sorta di puro e semplice baratto. Esiste una sorta di malcelato fastidio nei confronti di chi gira macchina al collo, reflex o compatta che sia. Una sorta di istinto, naturalmente sviluppato, consente al marocchino di capire quando è a rischio di essere "ritratto". Probabilmente la presenza nel corso degli anni di orde e orde di turisti, barbari invasori armati di macchina fotografica, hanno sviluppato nel popolo marocchino una diffidenza davvero marcata nei confronti dei fotografi. Basta chiedere in ogni caso, e sovente si ottiene un sì. Specialmente se chiesto in lingua marocchina e soprattutto se si manifesta l'intenzione di lasciare una mancia.

Una volta udita qualche parola nella loro lingua da uno straniero la loro curiosità prevaricherà sulla diffidenza. Allora capita che ti sorridano, che si informino su di te sulla tua famiglia. Solo un po’ di volontà e i marocchini già di per sé molto ospitali diventano i migliori compagni di viaggio che si possa desiderare. In fondo non sarei mai stato solo, penso. Ore dopo il sole tramonta sulla Djemaa el-Fna, e la piazza si trasforma, gli artisti di strada lasciano il posto ai camici bianchi. Tra i banchi ecco quindi spuntare piatti di carne, pesce fritto, mentre fumi e colonne di profumi salgono al cielo in un turbinio senza fine. Giungono persone da ogni angolo, aspettano pazientemente il loro turno si siedono, mangiano, discutono, e poi si disperdono nuovamente per la piazza e i vicoli della medina. E’ affascinante lasciarsi andare a questa danza senza farsi troppe domande, solamente assaporando e vivendo questo luogo istante per istante. E quand'ecco un po’ di solitudine comincia a farsi strada, dirigo i miei passi verso una delle tante terrazze panoramiche che adornano i contorni della piazza. E qui, ora, che al canto del muezzin di mezza sera raccolgo parole pensieri impressioni di questo primo giorno, li allego con spirito attento e osservatore quasi fossi un esploratore giunto nel nuovo mondo. Qui regna una pace strana, mentre appena una decina di metri sotto di me la vita della città continua, un brulicare, un andirivieni di persone, personaggi, muli, cavalli, calessi e motorini. E’ un’anima in pena senza requie la Djemaa el-Fna, un contenitore di anime a forma di elle, in perpetuo movimento senza fine. Un simpatico episodio alla biglietteria all'ingresso dei Giardini Majorelle, quando salutando in marocchino sento sussurrato tra i due addetti alle mie spalle “muslim”, mussulmano. Sorrido sotto i baffi. Evidentemente ho l'aspetto che speravo. E via a perdermi tra il verde il blu del giardino, dove il tempo lontano dal caos sembra non trascorrere mai.

All’uscita, ennesima simpatica contrattazione sul prezzo per rientrare in centro, inizio ad abituarmici. Infatti questa volta è dura e si protrae a lungo. Riesco ad ottenere un pagamento bilanciato facendomi portare al Palace de Bahia, sicuramente una delle migliori opere architettoniche della città; per quanto bello e piacevole aver visitato l’Alhambra di Granada ha avuto il suo peso non indifferente purtroppo, e il palazzo marocchino ne esce sminuito. Trascorro tutto il pomeriggio vagando senza meta apparente, preferendo ridurre al minimo l’utilizzo della macchina fotografica. Non per timore o precauzione, ma perché i locali non appena scorgono quell’oggetto si dimostrano abbastanza diffidenti chiudendosi ancor di più e non volevo questo. Difficile spiegare questo mondo a chi non l’ha vissuto, difficile forse anche comprenderlo, interpretarlo: quello che vedo, guardo e osservo è qualcosa di lontano dal nostro modo di vivere la quotidianità. Una vita più semplice, meno complicata. Temo che la nostra società moderna sia diventata prevalentemente prevaricatrice. Qui dove sono in tanti ad avere poco si avverte più spirito di solidarietà. Ancora sulla terrazza cerco ancora rifugio dal caos per cercare la quiete necessaria a ricapitolare pensieri e sensazioni del giorno. Mi sono preso tutto il tempo gustandomi uno splendido tramonto sulla città.Guardo verso ovest, il cielo azzurro si è tinto ormai di rosso, e di tutte le sfumature fino al giallo. Il minareto della Koutoubia si erge come un faro all’orizzonte. Guardo l’anello d’argento al mio dito brillare sotto gli ultimi raggi di sole, sopra è incastonata una splendida pietra verde di malachite. Sono felice mentre rivolgo il pensiero al berbero da cui l’ho acquistato. Una battaglia durata mezz'ora, allegra ma serrata, ospite nel suo piccolo negozio, dove a malapena si riusciva a stare seduti in due. “Questo mio ultimo prezzo, quale tuo?” e via a ricominciare daccapo.


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