Marocco - Atlante

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QUANTO PIU' CI SI ALLONTANA DALLA CITTA' ROSA, TANTO PIU' LE SILHOUETTE MINACCIOSE DISEGNATE DAI MONTI DALL'ATLANTE SEMBRANO INCOMBERE SUL VIAGGIATORE. Ad ogni chilometro percorso si ha l'impressione di allontanarsi sempre più dalla civiltà. Tra Marrakech e Ourzazate, si frappone in tutta la sua imponenza la catena montuosa chiamata Atlante che attraversa tutto il nord Africa. Valicarla rappresente un odissea alpestre che dura più di mezza giornata.

Si attraversano paesi, villaggi e accampamenti dimenticati dal tempo, tutti luoghi inariditi, quasi disabitati, preludio di quello che attende il viaggiatore dove inizia la vasta regione chiamata Anti-Atlante. Nell’acqua di un torrente le donne fanno ancora il bucato mentre poco più in là bambini maschi senza apparente età badano ad un gregge di pecore che cercano di strappare quel poco di erba che si trova da una terra color rosso ocra. Avverto un senso di tristezza nel vedere come si svolge la vita per questa parte di popolazione, una vita troppo sacrificata alla più semplice sopravvivenza. Giungo a Ourzazate. Mi intrattengo nella sua kasbah, cittadelle costruite a partire dal seicento con paglia e piccoli ciottoli cementati con fango o in terra cruda. Un dedalo di luoghi da esplorare. La vita appare difficile, cruda e primitiva oggi come due secoli fa. Gli asini sono il mezzo di trasporto principale. Riprendo la strada verso Zagora e sul limitare della luce giungo nei pressi della deserto sabbioso di IIkhinknn n'Sahara.

Sotto un cielo che va scurendosi carico il cammello con lo stretto indispensabile, e, sotto le stelle che iniziano ad accendersi come piccole fiammelle, percorro sul suo dorso dondolante gli ultimi chilometri di quella giornata. La magia di una notte illuminata solo dalla luce di una luna piena difficilmente trova pari nelle notti che ho finora vissuto. La luna racconta un luogo fuori dai tempi, vasti spazi e immutabili silenzi. E' l’alba quando all'orizzonte le nuvole, che scorrono basse al limitare delle montagne, si tingono di colore. La sabbia si dipinge di rosso, mentre i berberi iniziano a prendersi cura dei loro cammelli. Con il sole ormai alto lascio il campo berbero, direzione Alnif. Sono duecentocinquanta chilometri di nulla: rocce, arbusti, sabbia e granito, e pochi insediamenti lungo la strada, disturbati dal nostro passaggio in una nuvola di polvere. Solo villaggi di fango e paglia, e nelle poche zone d’ombra a cercar scampo dal sole si intravedono gli abitanti persi nei loro ripetitivi giorni senza giorni. Guardo i loro volti sfuggenti, sono attimi quasi infiniti in cui i miei occhi incrociano i loro. Momenti fugaci in cui si comprende quanto la vita, il destino, il karma, il fato, lo si chiami come si vuole, sia assolutamente ingiusto. Di fronte ad una realtà che sfugge, viene semplice pensare a quelli che consideriamo i problemi di tutti i giorni. Il traffico, la precedenza rubata ad una rotonda, la coda alla posta, i numeri che per il capo non sono mai quelli giusti, il parcheggio, lo sgarbo del collega. Tutto appare senza senso alcuno.

Tutto questo non è che inutile ciarpame al quale diamo un importanza inutile, vacua. Mi vergogno con me stesso amaramente. I bambini poi, troppo giovani perché debbano conoscere la parola lavoro, hanno occhi che raccontano di drammi già vissuti, inadeguati per i pochi anni di vita trascorsa. Come si può non provare disgusto per la nostra società, per come i nostri figli che vengono coccolati e straviziati, crescendo dannatamente ingrati ed egoisti. In realtà li desideriamo così noi, specchio dalla nostra tracotanza e del nostro potere economico. Ogni tanto, quando posso, durante qualche incontro dispenso qualche dono, che sia una penna o un porta chiavi. Ricordo un episodio. Non rammento l’ora, non rammento il nome del luogo, ricordo molto bene invece le sensazioni. Su uno dei tanti tornanti dell’Atlante, sono ai bordi della carreggiata per godere del panorama. Non c’è anima viva. Al di sotto un’immensa, sterminata valle, una distesa lunare interrotta dalle vette innevate dell’Atlante; dietro di me nude rocce e vette aride. Con la coda dell’occhio vedo una piccola figura correre, anzi precipitarsi giù dal pendio. Un bambino. Indossa una maglia consunta dal tempo, colore viola spento. Sguardo severo, parla poco, tra le mani stringe il suo piccolo amichetto a sangue freddo, un iguana dell’Atlante. E' un berbero, la sua famiglia vive come nomade a poca distanza. Gli mostro il mio sacchettino contenente penne colorate in abbondanza e nastri portachiavi, e gli occhi gli brillano di felicità. Poi si riparte. La strada è deserta. Dal lunotto posteriore vedo Hassan camminare lungo quel muretto farsi sempre più piccolo e velocemente sparire dopo alcuni tornanti. Ho un nodo alla gola. Sono sensazioni che difficilmente si riescono a rendere, se non si sono mai vissute… E mentre il land rover macina chilometri su chilometri con sincera ma triste speranza mi chiedo se un giorno lo rivedrò, così da potergli donare la sua fotografia. Inshallah.

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© 2019 by  Sergio Del Rosso