I dubbi di Venezia

Giovedì ero a Venezia. E proprio da li ero partito un anno prima, inaugurando i miei pellegrinaggi solitari, non immaginando certo quanto avrei potuto osservare nel corso di questo stesso anno. E se vogliamo ad uno sguardo superficiale la Venezia che ritrovo sembra sia la stessa di sempre. Addirittura trovo gli stessi personaggi nella stessa posizione di un anno fa. Personaggi a cui regalo la foto scattata l’anno prima tra la loro meraviglia e sorpresa, e a cui do appuntamento per l’anno a venire. In realtà questa città è in perenne mutazione come la crescita di un albero. Anche il mio occhio è cambiato, rendendomi nelle condizione di pormi nuove domande.

La più banale è come sempre rivolta alla disuguaglianza arbitrale con la quale in alcuni luoghi si permette e in altri si vieta la ripresa fotografica. Mi rivolgo in modo particolare ai luoghi di Culto. Se fosse un intervista cederei ben volentieri la parola a chi potrebbe rispondere adeguatamente a questo dubbio, fornendo adeguato spazio di replica. Alla domanda perché non si può fotografare?, non c’è una risposta chiara e comprensibile che non scada nel più banale “per via del flash che rovina” o “motivi di copyright”. Io non uso il flash e sarei disposto anche a pagare eventualmente, e qui solitamente l’addetto in piena crisi non sa fare altro che iniziare a ripetere meccanicamente la solita solfa “ci vuole un autorizzazione…..”

Male. Anzi malissimo. Soprattutto se ciò avviene in luoghi a carattere pubblico.

Si può sempre obiettare che una chiesa o una basilica non sia luogo pubblico, ed ecco che sorge spontanea la domanda perché in alcune sia permesso e in altre no. Perché in Vaticano è possibile farlo liberamente, Basilica di San Pietro compresa? C’è un centro di costo differente? Il “proprietario” parlando semplicemente non è sempre lo stesso? Ho sorriso all’ingresso della Chiesa di Santa Maria dei Miracoli, quando mi è stato detto che il motivo principale dell’inibizione sul tema fotografia era il flash. E’ bastato un momento “Scusi ma qui è tutto marmo….”. Buio completo. Mi chiedo a quando l’inibizione di fotografare le gondole perché di legno?

Impagabile invece la disponibilità, la pazienza di artigiani e gondolieri sempre pronti a prestarsi alla classica foto di famiglia. Per un veneziano farsi fotografare non è un piacere, ma quasi un dovere che lo riempie d’orgoglio. Gli artisti che hanno adornato le chiese, gli stessi architetti non sarebbero forse altrettanto felici di sapere le loro opere viste e ritratte?

Volto le spalle alle nobili strutture ecclesiastiche un po’ amareggiato. Non oso neanche mettere piede nella Basilica più importante, San Marco, ancora una volta resta per me un mistero cosa si cela all’interno. Perché anche qui è “vietato fotografare” oltre a non essere permesso entrare con uno zaino, e certamente lasciare in un armadietto migliaia di euro di attrezzatura neanche se ne parla. Se non l’hai fotografata non esiste per quanto mi riguarda. Abbiamo licenze di tutti i tipi, di pesca, di caccia, di guida…. Eppure mi chiedo quanto possa essere difficile e complicato creare una per la fotografia una licenza in grado di attestare ed autorizzare un fotografo a scattare in determinati luoghi. E’ un idea tanto folle che forse è di per se anche geniale e perdonate la modestia.

Capita anche questo mentre si passeggia a Venezia. Così come può capitare di pensare ad un passato in cui c’erano i turchi a contendere il predominio economico della Serenissima Repubblica, oggi come allora il veneziano deve volgere lo sguardo con timore sempre ad est. Questa volta bisogna però spingersi molto più lontano. Basta percorrere qualche metro sotto i portici delle Procuratie Nuove in Piazza San Marco per assistere ad un mutamento radicale nella storia commerciale della città.

Caffè Florian. Dal 1720 un nome, un luogo che ha raccontato e scritto la storia di Venezia. E’ dalle vetrine del più antico caffè italiano che si assiste all’ultima crisi economica che la città ricordi. E se quest’ultima ha impattato maggiormente sui cittadini stranieri, non si può certo dire su Venezia non abbia avuto un significativo impatto. Una delle prime città al mondo per turismo, ha visto drasticamente diminuire gli introiti negli ultimi due anni. Questo ha non poco trasformato la città lagunare in un fertile territorio di conquista da parte di forze speculatrici. “Quello che sta accadendo è sotto gli occhi di tutti. I cinesi dispongono di molta liquidità. E se un veneziano è costretto o decide di vendere e magari si trova a chiedere 400, loro rispondo con 500. In questo modo si stanno accaparrando molte attività….”

Passeggio reflex alla mano tra le calle ingrigite in una giornata non particolarmente solare. Molti turisti, tante vetrine, pochi clienti, tavolini semi deserti. Passando lo sguardo si sofferma all’interno dei locali più di quanto un turista farebbe. I luoghi sacri, le botteghe tradizionali, il regno dell’artigianato è ancora sotto il monopolio dei signori di Venezia, fortunatamente o meno. Laddove invece lo straniero riesce a competere forte della libera iniziativa è nella ristorazione. Bar gelaterie caffè minori sparsi qua è la raccontano nei lineamenti degli avventori il segno del cambiamento. La parlata argentina sciolta fluente tipicamente veneziana è sostituita da un italiano a volte stentato e fortemente accentato. Tremendamente poco caratteristico. C’è chi ne parla con rassegnazione, altri con uno po’ di sdegno mal celato “per carità non ho niente contro di loro sono bravissimi lavorano come noi, però si sta perdendo quel senso di storicismo, di appartenenza alla città che si sta svendendo . Sta diventando un caso la recente notizia, quasi una provocazione: la richiesta di un partito politico di sottoporre ad esami di italiano chiunque voglia aprire un attività commerciale. Scelta giusta sbagliata non è mia opinione entrare nel merito di ciò. Resta senza dubbio la perplessità dell’immagine di una Venezia sempre meno Veneziana, sempre meno Italiana.

{morfeo 45} 

{morfeo 100} 

0 visualizzazioni

© 2019 by  Sergio Del Rosso